Uno studio mostra che il test della proteina p-tau217 aumenta l’accuratezza dal 75% al 94,5%, aiutando i medici a riconoscere prima e meglio la malattia.
Un recente studio clinico pubblicato sul Journal of Neurology dimostra che un semplice esame del sangue può aumentare l’accuratezza della diagnosi di Morbo di Alzheimer fino al 94,5%. I ricercatori spagnoli hanno seguito 200 pazienti sopra i 50 anni con sintomi cognitivi, confrontando la diagnosi basata sulla sola valutazione clinica con quella integrata dai risultati di un biomarcatore ematico: la proteina p-tau217.
Senza il test, i medici raggiungevano un’accuratezza del 75,5%. Con l’integrazione del dato biologico, la percentuale è salita di quasi venti punti. Il risultato non è solo statistico: significa ridurre errori, anticipare trattamenti e offrire ai pazienti un percorso più chiaro in una fase spesso segnata da incertezza e paura.
Che cos’è la p-tau217 e perché è così importante
La proteina tau è normalmente presente nel cervello e svolge un ruolo essenziale nel mantenere stabile l’architettura dei neuroni. Il problema nasce quando questa proteina subisce una fosforilazione anomala: nella forma chiamata p-tau217 tende ad aggregarsi, formando grovigli che ostacolano la comunicazione tra le cellule nervose. Questo processo è uno dei segni distintivi della malattia di Alzheimer.
Pur non essendo la causa diretta della patologia, livelli elevati di p-tau217 nel sangue rappresentano oggi uno dei biomarcatori più affidabili per intercettare precocemente la neurodegenerazione. Finora molte evidenze provenivano da laboratori altamente controllati. La vera novità dello studio è aver dimostrato che questo indicatore funziona anche nella pratica clinica quotidiana, in contesti reali, con pazienti che arrivano in ambulatorio per sintomi iniziali o più avanzati. In altre parole, non si tratta più solo di ricerca sperimentale, ma di uno strumento potenzialmente pronto per l’uso diffuso.
Impatto sulla pratica clinica e sulla fiducia dei medici
L’aspetto più interessante non riguarda solo l’aumento dell’accuratezza diagnostica, ma anche il cambiamento concreto nelle decisioni cliniche. Dopo aver visionato i risultati del test p-tau217, i neurologi hanno modificato la diagnosi in circa un caso su quattro. Alcuni pazienti inizialmente classificati come affetti da Alzheimer hanno ricevuto una diagnosi diversa. Altri, considerati vittime di un normale invecchiamento, sono stati correttamente identificati come malati.
Inoltre, la fiducia dei medici nella propria valutazione è salita in modo significativo, passando da 6,90 a 8,49 su una scala di dieci punti. Questo dato è cruciale: una maggiore sicurezza diagnostica significa scelte terapeutiche più tempestive, minore incertezza comunicativa con le famiglie e una pianificazione assistenziale più solida.
Verso una diagnosi più accessibile e meno invasiva
Oggi la diagnosi di Alzheimer si basa spesso su esami costosi o invasivi, come la PET cerebrale o la puntura lombare. Non tutti i pazienti possono accedervi facilmente, sia per motivi economici sia logistici. Un semplice esame del sangue rappresenta quindi una svolta potenziale, soprattutto in un contesto globale di rapido invecchiamento della popolazione. Il fatto che il test si sia dimostrato efficace in tutte le fasi del declino cognitivo (dal deterioramento lieve fino alla demenza conclamata) suggerisce che potrebbe diventare uno strumento di screening e supporto decisionale su larga scala. Se confermati da ulteriori studi, questi risultati aprono la strada a una medicina più precisa, meno traumatica e più equa, capace di intercettare prima la malattia e di accompagnare meglio milioni di persone nel loro percorso di cura.
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