Nutri e Previeni 22 Aprile 2026 11:24

Allergie alimentari, il rischio nascosto a tavola: come riconoscerle e difendersi

Un fenomeno in crescita che può diventare fatale. Come intervenire, quali test eseguire e quali nuove terapie stanno cambiando la gestione delle allergie alimentari.

di Arnaldo Iodice
Allergie alimentari, il rischio nascosto a tavola: come riconoscerle e difendersi

Le allergie alimentari sono un fenomeno in costante aumento. Sebbene manchi ancora un censimento ufficiale, gli specialisti stimano che interessino almeno il 4-5% della popolazione italiana e che circa un paziente su dieci sia esposto al rischio di shock anafilattico. In questo contesto, il Policlinico Gemelli rappresenta uno dei pochi centri del Servizio Sanitario Nazionale, all’interno della Rete Lazio-Abruzzo, autorizzati a effettuare percorsi di desensibilizzazione alimentare, disponibili sia per pazienti pediatrici sia adulti e considerati interventi potenzialmente salvavita.

 “Con il termine di allergia alimentare – spiega il professo rCristiano Caruso, Segretario alla Presidenza della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC) – si intende una reazione avversa causata da una risposta immunitaria specifica e ripetibile a un determinato alimento. Colpisce più frequentemente i bambini rispetto agli adulti e mostra una distribuzione diversa a seconda delle aree geografiche. Così se la top 5 in Italia è rappresentata da latte, uova, arachidi/frutta secca, crostacei e pesce, negli Stati Uniti sono le arachidi a occupare il podio e nei Paesi scandinavi il pesce. Tra gli allergeni alimentari rientrano anche le Lipid Transfer Protein (LTP), proteine ampiamente distribuite in frutta, ortaggi, frutta a guscio, semi e cereali. Sebbene svolgano un ruolo di difesa delle piante nei confronti di patogeni, nell’uomo possono essere responsabili di reazioni allergiche sistemiche, talvolta fino all’anafilassi. Le LTP sono particolarmente rappresentate nella pesca e nelle altre Rosaceae (pere, mele, ecc.) con una maggiore concentrazione nella buccia”.

Anafilassi: riconoscere la forma più grave dell’allergia

Il professor Caruso chiarisce cosa accade nei casi più severi di reazione anafilattica. “È la forma più grave, drammatica e potenzialmente letale di allergia alimentare e si manifesta rapidamente (secondi o minuti) dopo l’esposizione all’alimento ‘incriminato’ coinvolgendo cute, mucose, apparato respiratorio e sistema cardio-vascolare. I sintomi possono includere intenso prurito palmo-plantare, orticaria, edema di labbra e lingua, nausea, vomito, dolori addominali, dispnea ingravescente ed un improvviso abbassamento della pressione arteriosa. In assenza di intervento immediato, lo shock anafilattico può essere fatale nel giro di pochi minuti”.

Davanti a un’emergenza allergica, l’intervento tempestivo è decisivo. “Di fronte ad una reazione allergica grave è essenziale intervenire immediatamente chiamando il numero di emergenza sanitaria. In soggetti noti per allergia alimentare, va prontamente somministrata per via intramuscolare l’adrenalina, mediante auto-iniettore, non appena riconosciuti i segni clinici di anafilassi. Porre il paziente in posizione supina con gli arti superiori sollevati per contrastare l’ipotensione e garantire un adeguato flusso sanguigno cerebrale. Non lasciare mai sola la persona fino all’arrivo dei soccorsi. Le cure proseguiranno poi in Pronto Soccorso e, se necessario, in terapia intensiva”.

Diagnosi allergologica: precisione clinica e valutazione del rischio

Una volta superata la fase acuta, il percorso diagnostico richiede tempi e procedure precise. “Dopo una reazione allergica grave – continua il professor Caruso – è importante attendere 4–6 settimane prima di effettuare la valutazione allergologica, per consentire al sistema immunitario di stabilizzarsi. L’iter diagnostico prevede innanzitutto un’accurata anamnesi allergologica, particolarmente rilevante nei soggetti non precedentemente noti per allergia alimentare. Segue l’esecuzione di esami sierologici mirati all’identificazione dell’allergene responsabile.

Il professor Caruso spiega poi che, nel caso di sospetta allergia al latte, andranno indagate le IgE specifiche per alfa-lattoalbumina, beta-lattoglobulina e caseina, nel caso di sospetta allergia all’uovo quelle per ovoalbumina e ovomucoide e nel caso di allergia alla frutta secca/a guscio e per i prodotti del mare (pesce, crostacei, molluschi) esami ematici di allergologia molecolare per definire le proteine specifiche responsabili (LTP, tropomiosione, parvalbumine, etc.).

L’approccio molecolare consente, secondo gli specialisti, una diagnosi più accurata e una migliore personalizzazione terapeutica. Anche i test cutanei contribuiscono alla conferma diagnostica. “I ‘prick test’ devono essere effettuati dopo sospensione di eventuale terapia antistaminica e cortisonica da almeno 7-10 giorni; la procedura – spiega il professor Caruso – prevede l’applicazione di una goccia dell’estratto commerciale dell’alimento sospetto sulla cute che poi viene delicatamente ‘punta’ con una lancetta per favore la penetrazione dell’allergene negli strati superficiali della cute. In caso di allergia, si dovrebbe osservare un pomfo, circondato da eritema cutaneo nel sito di applicazione”.

Nei pazienti con precedente shock anafilattico è necessaria una valutazione approfondita per identificare fattori di rischio aggiuntivi, come assunzione di FANS, attività fisica, uso di gastroprotettori o alcol. Il dosaggio della triptasi sierica basale consente di verificare l’attivazione dei mastociti; valori elevati possono indicare mastocitosi e rendere più complesso il percorso di desensibilizzazione. È inoltre indispensabile valutare comorbidità atopiche controllate e non controllate.

“In presenza, ad esempio, di asma grave o rinosinusite con poliposi nasale severa, non controllate, può essere indicato un trattamento preventivo con anticorpi monoclonali anti-IgE (come omalizumab), da iniziare mesi prima della desensibilizzazione e da proseguire anche durante e dopo il trattamento, per aumentare la sicurezza del percorso terapeutico”.

Desensibilizzazione e nuove frontiere terapeutiche

Il trattamento desensibilizzante rappresenta oggi una delle strategie più avanzate nella gestione delle allergie alimentari. “Il trattamento desensibilizzante è caratterizzato dalla somministrazione giornaliera di dosi crescenti inizialmente dell’alimento diluito in acqua e somministrato per via sublinguale e, successivamente dell’alimento non diluito e somministrato per via orale fino ad arrivare ad una dose massima (quella di mantenimento), pari al consumo medio giornaliero dell’alimento. Al termine del trattamento è necessario continuare ad assumere l’alimento ‘incriminato’ almeno 2-3 volte a settimana”, al fine di mantenere lo stato di tolleranza.

“Presso i nostri Ambulatori – spiega il professore – il paziente effettua, in regime protetto e supervisionato da personale dedicato ed esperto nel campo, la somministrazione delle prime dosi di ogni diluizione e, una volta raggiunta la dose di mantenimento, effettua tutti i test di provocazione orale con i derivati dell’alimento coinvolto (ad esempio, nel caso del latte, con mozzarella e formaggi). L’allergia alle arachidi (che rappresenta l’allergia alimentare più frequente negli Stati Uniti, ma è presente anche da noi), è oggetto di studi clinici avanzati. Sono attualmente in corso trial di fase 3 con nuovi farmaci biologici mirati, tra cui gli inibitori della tirosin-chinasi di Bruton (BTK), come il remibrutinib, specificamente sviluppati per il trattamento di questa forma di allergia. Il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – conclude il professor Caruso – è uno degli unici due centri italiani arruolatori per questi studi clinici, essendo un centro di riferimento nazionale e internazionale nel campo delle allergie alimentari e delle terapie innovative”.

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