Uno studio dell’Università di Cardiff individua alcuni fattori emotivi e cognitivi che potrebbero spiegare il legame tra ADHD e depressione dall’infanzia alla prima età adulta.
I bambini e i giovani con sintomi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) presentano un rischio maggiore di sviluppare depressione, ma i meccanismi alla base di questa associazione non sono ancora completamente chiariti. Un nuovo studio del Wolfson Center for Young People’s Mental Health dell’Università di Cardiff ha analizzato proprio questi possibili legami, individuando alcuni fattori che potrebbero contribuire a spiegare il rischio nel corso dello sviluppo. La ricerca, pubblicata sul Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, ha utilizzato i dati di due importanti studi longitudinali britannici, l’Avon Longitudinal Study of Parents and Children (ALSPAC), noto anche come Children of the 90s, e il Twins Early Development Study (TEDS). I partecipanti sono stati seguiti dall’infanzia fino alla giovane età adulta, permettendo ai ricercatori di osservare l’evoluzione dei sintomi di ADHD e depressione e dei possibili fattori associati.
Irritabilità e ansia tra i segnali più importanti
Il gruppo di ricerca, guidato dalla Dott.ssa Lucy Riglin, docente presso la Divisione di Medicina Psicologica e Neuroscienze Cliniche del Wolfson Center, ha preso in considerazione diversi possibili meccanismi. Oltre ai sintomi di ADHD e depressione, sono stati analizzati fattori clinici come irritabilità e ansia, processi cognitivi come il riconoscimento delle emozioni, la memoria di lavoro e l’attenzione sostenuta, e specifici schemi di pensiero negativi. L’obiettivo era capire quali di questi elementi potessero contribuire a spiegare perché le persone con maggiori sintomi di ADHD siano più esposte alla depressione negli anni successivi.
I risultati hanno mostrato che, già durante l’infanzia e l’adolescenza, una maggiore presenza di sintomi di ADHD era associata a livelli più elevati di sintomi depressivi. L’associazione risultava inoltre costantemente più forte nelle ragazze rispetto ai ragazzi. Analizzando i diversi fattori, i ricercatori hanno osservato che irritabilità e ansia emergevano come elementi particolarmente importanti durante l’infanzia e nella prima età adulta. Nell’adolescenza, invece, assumevano maggiore rilevanza gli schemi di pensiero negativi e alcune convinzioni sul controllo degli eventi della propria vita.
Nell’adolescenza pesano pensieri negativi e senso di scarso controllo
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda quindi il cambiamento dei possibili meccanismi associati al rischio depressivo con il passare degli anni. Durante l’infanzia, irritabilità e ansia sembrano rappresentare i principali elementi attraverso i quali i sintomi di ADHD possono essere collegati a quelli depressivi. Lo stesso vale per la prima età adulta, quando questi due fattori continuano a mostrare un ruolo rilevante. Nell’adolescenza, invece, il quadro appare differente: a emergere sono soprattutto gli schemi di pensiero negativi e una particolare modalità di interpretare gli eventi della propria vita.
In questa fase, infatti, i ricercatori hanno individuato un’associazione con una mentalità secondo cui gli esiti e le circostanze personali dipendono soprattutto dalla fortuna, dal destino o da altre persone. Si tratta di una percezione che può riflettere un ridotto senso di controllo sulla propria vita e che, insieme ai pensieri negativi, potrebbe contribuire alla vulnerabilità depressiva. Lo studio non dimostra però che questi fattori siano direttamente responsabili dell’insorgenza della depressione. Mostra piuttosto che possono contribuire a spiegare statisticamente il legame osservato tra ADHD e successivi sintomi depressivi.
Secondo la Dott.ssa Egle Padaigaite-Gulbiniene, della Facoltà di Medicina dell’Università di Cardiff, le differenze osservate tra i sessi potrebbero essere collegate anche al fatto che l’ADHD nelle ragazze e nelle donne viene riconosciuto meno frequentemente o diagnosticato più tardi. Un eventuale ritardo nel riconoscimento potrebbe significare un accesso più tardivo al supporto, aumentando nel tempo la vulnerabilità alla depressione. Per questo, gli autori sottolineano l’importanza di prestare attenzione non soltanto ai sintomi dell’ADHD, ma anche alle caratteristiche emotive e cognitive che possono accompagnarli.
Screening precoce e prevenzione: cosa può cambiare
Le conclusioni dello studio suggeriscono dunque una possibile direzione per la prevenzione. Individuare precocemente irritabilità e ansia nei bambini e negli adolescenti con ADHD potrebbe aiutare a riconoscere le persone maggiormente esposte al rischio di sviluppare depressione. L’attenzione dovrebbe però estendersi anche agli schemi di pensiero che emergono durante l’adolescenza, soprattutto quando prevalgono convinzioni negative o la sensazione che gli eventi della propria vita siano determinati principalmente dalla fortuna, dal destino o dalle decisioni altrui.
L’obiettivo non sarebbe semplicemente prevedere chi svilupperà una depressione, ma intervenire sui fattori modificabili prima che il disagio diventi più persistente. Un monitoraggio più attento potrebbe quindi permettere di affiancare alla gestione dell’ADHD una maggiore attenzione alla salute emotiva e ai processi cognitivi del bambino o del ragazzo. In quest’ottica, l’identificazione precoce potrebbe rappresentare un’opportunità per rafforzare gli interventi di prevenzione e supporto. Gli autori sottolineano tuttavia che servono ulteriori ricerche. Sarà necessario stabilire se irritabilità, ansia e schemi di pensiero negativi abbiano effettivamente un ruolo causale nello sviluppo della depressione nei giovani con ADHD e verificare se meccanismi analoghi siano presenti anche in condizioni differenti. Tra gli aspetti da approfondire rientra anche la possibile presenza di questi processi nei bambini e nei giovani con ADHD associato ad altre condizioni, come l’autismo.
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