Una ricerca pubblicata su Biological Psychology ha analizzato 64 proprietari di cani. Il contatto fisico non accelera il recupero immediato, ma sembra attenuare la risposta biologica a una successiva situazione stressante.
Accarezzare il proprio cane dopo una situazione stressante potrebbe aiutare l’organismo a reagire con maggiore calma a una successiva fonte di tensione. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Innsbruck, pubblicato sulla rivista Biological Psychology, che ha esaminato gli effetti del contatto fisico con gli animali sulle risposte cerebrali e cardiache allo stress. La ricerca ha coinvolto 64 proprietari di cani, 51 donne e 13 uomini, con un’età media di 34 anni, che hanno partecipato a due sessioni sperimentali separate nella stessa giornata insieme ai propri animali. In entrambe le sessioni, i partecipanti sono stati sottoposti a compiti cognitivi stressanti, tra cui un quiz di cultura generale con tempi di risposta limitati e un esercizio di calcolo mentale. In una sessione potevano accarezzare e coccolare liberamente il cane durante le pause, mentre nell’altra potevano soltanto vederlo e parlargli, senza contatto fisico.
I ricercatori hanno monitorato continuamente l’attività cerebrale attraverso l’elettroencefalogramma (EEG) e quella cardiaca mediante elettrocardiogramma (ECG), raccogliendo anche valutazioni soggettive dello stato emotivo. I risultati indicano che il contatto non accelera il recupero immediato, ma potrebbe attenuare la risposta biologica a uno stress successivo.
La ricerca nasce dall’interesse per i benefici che la relazione con gli animali domestici può offrire alla salute umana. Precedenti studi hanno associato la presenza di un animale a una minore solitudine, a un maggiore benessere soggettivo e, in alcuni contesti, a migliori esiti di salute. Rimane tuttavia da chiarire quali meccanismi contribuiscano a questi effetti. Una delle ipotesi riguarda il contatto fisico, già studiato negli esseri umani attraverso esperimenti su gesti come tenersi per mano o ricevere un massaggio. Le ricerche precedenti sull’interazione con gli animali non hanno sempre permesso di isolare questo elemento, perché accarezzare un cane, osservarlo e parlargli avvenivano spesso contemporaneamente. I risultati degli studi che hanno confrontato direttamente le interazioni con e senza contatto sono stati inoltre contrastanti.
Per affrontare la questione, i ricercatori hanno organizzato due sessioni sperimentali, nelle quali i partecipanti dovevano affrontare prove impegnative sotto l’osservazione di un ricercatore collegato in videochiamata, che forniva feedback negativi. Il primo compito consisteva in un quiz di cultura generale, con appena cinque secondi per rispondere a ciascuna domanda. Il secondo richiedeva di contare all’indietro a intervalli prestabiliti, seguendo il ritmo di un punto rosso lampeggiante.
Durante una pausa di cinque minuti, nella sessione con contatto i proprietari potevano accarezzare o tenere in braccio il cane. Nell’altra, l’animale rimaneva vicino al proprietario, ma al guinzaglio corto. Questa impostazione ha consentito di confrontare le risposte fisiologiche nelle due condizioni, distinguendo gli effetti del contatto fisico dalla semplice presenza dell’animale.
I risultati non hanno confermato l’ipotesi iniziale di un recupero fisiologico più rapido subito dopo il primo compito. La frequenza cardiaca e i pattern delle onde cerebrali sono tornati ai livelli di riposo con tempi simili, sia quando i partecipanti potevano accarezzare il cane sia quando potevano soltanto restargli vicino.
La differenza è emersa durante il successivo compito stressante. Dopo aver trascorso la pausa a contatto con il proprio animale, i partecipanti hanno mostrato una risposta cerebrale più contenuta, caratterizzata da una maggiore attività delle onde alfa. Questo andamento è stato interpretato dai ricercatori come un possibile segnale di minore attivazione cerebrale. L’effetto non è stato osservato nello stesso modo quando, durante la pausa, mancava il contatto fisico.
Un altro risultato riguarda la percezione soggettiva dello stress. Le emozioni riferite dai partecipanti non sempre corrispondevano alle risposte rilevate attraverso le misurazioni cardiache e cerebrali. La sensazione di sentirsi più calmi, quindi, non coincide necessariamente con ciò che accade nell’organismo.
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