Uno studio associa l'attività fisica a una minore progressione delle alterazioni cerebrali legate alla malattia. I benefici emergono già da 3.000 passi quotidiani, senza dover raggiungere quota 10.000.
Camminare almeno 3.000 passi al giorno potrebbe contribuire a rallentare i cambiamenti cerebrali associati alla malattia di Alzheimer, limitando l’accumulo di proteina tau e il declino cognitivo e funzionale. È quanto emerge da uno studio che ha seguito per nove-undici anni quasi 300 anziani con segni cerebrali precoci della malattia, monitorandone l’attività fisica attraverso contapassi. La ricerca suggerisce che i benefici maggiori si osservano con 5.000-7.500 passi quotidiani, senza che sia necessario raggiungere il tradizionale obiettivo dei 10.000 passi.
L’associazione è emersa anche nei partecipanti che presentavano già alterazioni cerebrali riconducibili all’Alzheimer. In particolare, nelle persone con placche amiloidi, una maggiore attività fisica era associata a un accumulo più contenuto di proteina tau e a un declino cognitivo e funzionale quasi dimezzato. Lo studio, tuttavia, non ha rilevato una riduzione dell’accumulo di amiloide, bersaglio di molti trattamenti contro la malattia. I risultati, pubblicati nell’ambito delle ricerche sul rapporto tra movimento e salute cerebrale, rafforzano l’ipotesi che l’attività fisica possa contribuire a preservare le funzioni cognitive. Si tratta comunque di un’associazione osservata nel tempo, che non dimostra da sola un rapporto causale tra camminata e rallentamento della malattia.
Per comprendere i risultati è necessario distinguere le due principali proteine coinvolte nei processi patologici dell’Alzheimer. La beta-amiloide tende ad accumularsi formando placche nello spazio tra le cellule nervose, mentre la proteina tau, quando assume una conformazione anomala, può aggregarsi all’interno dei neuroni e compromettere il funzionamento delle cellule cerebrali. Entrambi i processi sono associati alla malattia, ma le alterazioni della tau mostrano una relazione particolarmente stretta con la progressione del deterioramento cognitivo e funzionale.
Nello studio, l’attività fisica non sembrava modificare l’accumulo delle placche amiloidi. Nei partecipanti che presentavano già queste alterazioni, invece, un numero maggiore di passi era associato a una minore progressione delle anomalie della tau in specifiche aree cerebrali. Il dato suggerisce che il movimento potrebbe influenzare alcuni meccanismi della malattia senza necessariamente intervenire su tutti i processi patologici coinvolti.
Anche la quantità di attività fisica sembra avere un ruolo. I benefici erano osservabili a partire da circa 3.000 passi al giorno, equivalenti indicativamente a mezz’ora di camminata a ritmo moderato, mentre l’associazione più favorevole emergeva tra 5.000 e 7.500 passi. Oltre questa soglia, l’effetto tendeva a stabilizzarsi.
Il risultato è rilevante soprattutto per gli anziani sedentari, per i quali un obiettivo graduale può essere più realistico rispetto a programmi di esercizio impegnativi. Non significa, tuttavia, che 3.000 passi rappresentino una soglia terapeutica dimostrata o che aumentare ulteriormente il movimento sia inutile per altri aspetti della salute.
I risultati si inseriscono in un quadro di evidenze che associa l’attività fisica a un minor rischio di demenza. Uno studio britannico condotto su 1.139 persone di età superiore ai 50 anni ha rilevato che livelli da moderati a intensi di attività fisica erano associati a una riduzione del rischio di sviluppare demenza compresa tra il 34% e il 50% durante un follow-up di otto-dieci anni. Tra le persone che avevano sviluppato la malattia, inoltre, mantenersi attivi era associato a un declino della memoria più contenuto, soprattutto nelle donne anziane.
Un’altra ricerca britannica, pubblicata nel 2022, ha monitorato 78.430 persone per sette anni attraverso accelerometri indossati al polso. I risultati indicavano una riduzione del rischio di demenza del 25% in corrispondenza di circa 3.800 passi al giorno, con una riduzione del 50% intorno ai 9.800 passi.
Le differenze tra gli studi dipendono anche dalle popolazioni esaminate, dalla durata del monitoraggio e dagli esiti considerati. Alcune ricerche valutano l’insorgenza della demenza, altre la progressione di alterazioni cerebrali già presenti o la velocità del deterioramento cognitivo. Questi risultati non consentono quindi di individuare un numero di passi valido per tutti, ma sostengono l’utilità di evitare la sedentarietà. Per stabilire quanto del beneficio dipenda direttamente dal movimento sono necessari ulteriori studi, capaci di distinguere l’effetto dell’attività fisica da quello degli altri fattori che accompagnano uno stile di vita sano.
L’attività fisica può agire sulla salute cerebrale attraverso diversi meccanismi. Migliora la circolazione sanguigna, favorisce il controllo della pressione arteriosa e contribuisce a ridurre alcuni fattori di rischio cardiovascolare e metabolico, tra cui il diabete. Queste condizioni sono importanti anche per la salute cognitiva, perché le alterazioni dei vasi sanguigni possono compromettere l’apporto di ossigeno e nutrienti al cervello e contribuire al deterioramento delle funzioni mentali.
Il movimento potrebbe inoltre esercitare effetti più diretti sulle cellule nervose. Tra le sostanze considerate dalla ricerca c’è l’irisina, un ormone prodotto dai muscoli durante l’esercizio fisico, studiato per il suo possibile ruolo nella regolazione dell’infiammazione e nei processi associati alla neurodegenerazione. Un altro elemento è il BDNF, un fattore neurotrofico coinvolto nella plasticità cerebrale e nel mantenimento delle connessioni tra neuroni.
Non è però possibile attribuire ai singoli meccanismi un effetto protettivo clinico già dimostrato nelle persone con Alzheimer. Anche altri fattori, come alimentazione, qualità del sonno, stress e salute cardiovascolare, possono contribuire alle differenze osservate tra le persone più e meno attive.
Esiste inoltre una possibile relazione inversa: i primi sintomi della malattia possono ridurre la capacità o la motivazione a muoversi. Problemi di udito, difficoltà cognitive e isolamento sociale possono ostacolare la partecipazione alle attività quotidiane. La sedentarietà potrebbe così aggravare vulnerabilità già presenti, creando un circolo vizioso. Distinguere queste influenze reciproche è essenziale per interpretare correttamente i risultati delle ricerche.
L’attività fisica potrebbe essere utile anche dopo una diagnosi di Alzheimer. Un piccolo studio su 15 persone con malattia da lieve a moderata ha valutato gli effetti del nordic walking, una tecnica che utilizza bastoncini per coinvolgere sia gli arti superiori sia quelli inferiori. Dopo 24 settimane, i partecipanti che avevano praticato questa attività hanno mantenuto le funzioni cerebrali, con alcuni miglioramenti in specifiche aree. Nel gruppo sottoposto alle sole cure standard, invece, le funzioni cognitive erano rimaste stabili oppure avevano mostrato un declino. Le dimensioni ridotte del campione impongono prudenza nell’interpretazione dei risultati.
Anche camminare all’aperto può offrire vantaggi aggiuntivi. L’esposizione alla luce naturale, il contatto con ambienti verdi e le occasioni di interazione sociale possono favorire il benessere psicologico e il sonno, contribuendo a contrastare alcuni fattori associati al rischio di demenza.
Per gli anziani, tuttavia, è importante considerare gli ostacoli pratici, dalla paura di cadere alle condizioni meteorologiche, fino alla sicurezza dei percorsi. Un’attività adattata alle capacità individuali, eventualmente concordata con il medico, può facilitare la continuità del movimento.
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