Uno studio su quasi 96mila adulti del Regno Unito collega le diverse fasi del sonno al rischio di sviluppare numerose patologie, comprese quelle cardiovascolari e neurologiche.
Dormire non significa soltanto recuperare le energie: anche il modo in cui si articola il sonno potrebbe offrire indicazioni sulla salute futura. È quanto emerge da uno studio pubblicato il 17 settembre 2026 su PLOS Medicine e condotto su 95.559 partecipanti della coorte britannica UK Biobank, seguiti per una mediana di 8,9 anni. I ricercatori hanno analizzato le registrazioni raccolte con accelerometri indossati al polso per valutare le fasi del sonno, la sua durata e la regolarità notturna, mettendole in relazione con 1.049 possibili esiti di salute. I risultati, disponibili nello studio originale, mostrano che una maggiore quantità di sonno REM era associata a un rischio inferiore per 83 malattie. Anche il sonno profondo, la continuità del riposo e il numero complessivo di ore dormite hanno mostrato associazioni significative con diversi esiti.
La fase REM (Rapid Eye Movement), caratterizzata da rapidi movimenti degli occhi, intensa attività cerebrale e sogni spesso vividi, è una componente fondamentale dell’architettura del sonno. Nell’analisi pubblicata su PLOS Medicine, una maggiore quantità di sonno REM è risultata associata a un rischio inferiore per 83 condizioni di salute. Il dato emerge da un’analisi su larga scala che ha considerato numerose categorie di malattie, con l’obiettivo di individuare possibili legami tra le caratteristiche del riposo notturno e l’insorgenza di nuove diagnosi. Tra gli esiti esaminati figurano condizioni cardiovascolari e neurologiche, tra cui insufficienza cardiaca, demenza e malattia di Parkinson. Il risultato non significa che una maggiore durata della fase REM garantisca protezione da queste patologie, né che sia possibile stimare il rischio individuale sulla base di una singola notte. Suggerisce, piuttosto, che la distribuzione delle fasi del sonno potrebbe rappresentare un indicatore da approfondire negli studi sul rapporto tra riposo e salute.
La fase REM non è l’unica componente del riposo associata agli esiti di salute. Lo studio ha rilevato che una maggiore durata del sonno profondo era associata a un rischio inferiore per sette malattie, tra cui diabete di tipo 2, disturbo depressivo maggiore, apnea del sonno e malattia di Parkinson. Anche in questo caso, le associazioni non dimostrano un rapporto diretto di causa ed effetto.
Un quadro diverso emerge quando il sonno è frammentato o irregolare. Il tempo trascorso svegli dopo essersi addormentati è risultato associato a un rischio maggiore per sei condizioni, tra cui dipendenza da sostanze psicoattive e abuso di alcol. La maggiore irregolarità del sonno, invece, è stata associata a un rischio superiore di tre esiti: dolore addominale, disturbi d’ansia e depressione maggiore. Nel complesso, i risultati suggeriscono che, oltre alle ore dormite, anche la continuità e la regolarità del riposo meritino attenzione nella ricerca sulla salute.
I ricercatori hanno esaminato anche il rapporto tra durata complessiva del sonno e rischio di malattia. Le analisi hanno evidenziato relazioni non lineari per 86 condizioni, cioè situazioni in cui il rischio stimato non aumenta o diminuisce in modo costante al variare delle ore dormite. Per 69 di queste, la durata associata al rischio minimo si concentrava prevalentemente tra sei e otto ore per notte.
Il confronto tra i partecipanti ha inoltre mostrato che dormire meno di sei ore era associato a un maggior rischio per diverse patologie rispetto alla fascia di sei-otto ore. Dopo la correzione statistica più rigorosa, tra le associazioni rimaste significative figuravano quelle con insufficienza cardiaca, diabete di tipo 2 e broncopneumopatia cronica ostruttiva. Per chi dormiva più di otto ore, invece, rimaneva significativa l’associazione con la depressione maggiore, un risultato che potrebbe riflettere anche il fatto che dormire a lungo può essere un sintomo di condizioni già presenti, anziché un fattore che le provoca.
La ricerca ha utilizzato i dati della UK Biobank, una grande coorte britannica. I partecipanti inclusi nell’analisi avevano un’età media di 56,2 anni e avevano indossato un accelerometro al polso per sette giorni consecutivi, tra il 2013 e il 2015. Attraverso l’algoritmo SleepNet, i ricercatori hanno stimato le fasi del sonno, la durata complessiva, l’irregolarità e il tempo trascorso svegli durante la notte. Le informazioni sono state confrontate con le diagnosi ospedaliere registrate durante un follow-up mediano di 8,9 anni.
Un elemento importante è il metodo di misurazione: gli accelerometri consentono di raccogliere dati su molti partecipanti nella vita quotidiana, ma non equivalgono alla polisonnografia, l’esame di riferimento per valutare le fasi del sonno. Le stime basate sui movimenti possono quindi differire dalle misurazioni effettuate in laboratorio.
Gli autori sottolineano, inoltre, che il disegno osservazionale non permette di stabilire un nesso causale. Non è possibile concludere che aumentare volontariamente il sonno REM riduca il rischio di demenza, Parkinson o insufficienza cardiaca. Restano possibili fattori confondenti e una causalità inversa, per cui una condizione di salute può a sua volta modificare il sonno. Saranno necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi biologici coinvolti e verificare se intervenire sulle caratteristiche del riposo possa modificare concretamente il rischio di malattia.
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