Uno studio australiano su oltre 11 mila persone individua un profilo depressivo associato ad alterazioni del sonno e dell’orologio biologico, aprendo nuove prospettive per personalizzare le cure.
La depressione non si manifesta nello stesso modo in tutte le persone e, in alcuni casi, le alterazioni dell’orologio biologico potrebbero rappresentare una caratteristica distintiva. È quanto suggerisce uno studio australiano che ha analizzato i dati clinici e genetici di 11.380 persone con depressione, individuando nel 23% dei partecipanti un profilo associato alla disregolazione dei ritmi circadiani. La ricerca, ripresa oggi dal Guardian, mette in relazione questo sottotipo con orari di sonno spostati in avanti, difficoltà al risveglio e differenze tra i ritmi del sonno nei giorni lavorativi e in quelli liberi. Il gruppo presentava inoltre una maggiore complessità dei sintomi e una più alta frequenza di pensieri suicidari. I risultati aprono nuove domande su come il funzionamento dell’orologio biologico possa contribuire a distinguere diversi profili di depressione e orientare, in futuro, percorsi di cura più personalizzati.
Il profilo individuato dai ricercatori è stato definito “depressione circadiana” e si basa sulla presenza contemporanea di almeno tre caratteristiche legate ai ritmi biologici. Tra queste figurano la preferenza per le ore serali, l’orario di sonno spostato in avanti, la maggiore durata del sonno durante gli episodi depressivi, la difficoltà a sentirsi vigili al risveglio e la variazione stagionale dei sintomi. Un altro elemento è il social jetlag, cioè la differenza tra gli orari in cui una persona dorme nei giorni lavorativi e quelli dei giorni liberi. Non è necessario che tutti questi aspetti siano presenti contemporaneamente: la classificazione utilizzata nello studio si basa su una combinazione di almeno tre criteri. L’obiettivo è identificare un gruppo con caratteristiche cliniche e biologiche comuni, distinguendolo dagli altri partecipanti con depressione.
La ricerca è stata condotta da studiosi dell’Università di Sydney, attraverso l’analisi dei dati dell’Australian Genetics of Depression Study, un ampio progetto nazionale dedicato alle caratteristiche cliniche e genetiche della depressione. Lo studio ha incluso 11.380 persone, per il 75% donne, con un’età media di circa 44 anni. Si trattava prevalentemente di persone con depressione grave, ricorrente o persistente. In totale, 2.604 partecipanti, pari al 23% del campione, soddisfacevano i criteri stabiliti per il sottotipo circadiano. I risultati sono stati pubblicati sul British Journal of Psychiatry nell’articolo Clinical and genetic correlates of a circadian subtype of depression in the Australian Genetics of Depression Study. Il lavoro è consultabile sul sito della rivista scientifica. I ricercatori hanno confrontato le caratteristiche cliniche dei partecipanti e valutato le associazioni con diversi profili di rischio genetico, per verificare se il gruppo individuato presentasse elementi distintivi rispetto alle altre persone con depressione.
Rispetto alle persone che non rientravano nel profilo circadiano, i partecipanti classificati in questo gruppo riferivano un esordio della depressione mediamente più precoce e manifestazioni cliniche più complesse. Tra le differenze osservate figuravano una maggiore frequenza di pensieri suicidari, un disagio psicologico più intenso e una maggiore presenza di sintomi somatici e di esperienze simili a quelle osservate negli stati ipomaniacali o psicotici. I ricercatori hanno rilevato anche una maggiore tendenza ad aumentare di peso durante gli episodi depressivi. Questi risultati non significano che le persone con ritmi circadiani alterati svilupperanno necessariamente forme più gravi della malattia: descrivono differenze statistiche tra i gruppi esaminati e richiedono ulteriori verifiche per chiarirne il significato clinico.
Un altro aspetto riguarda la risposta ai trattamenti farmacologici. Nel gruppo con caratteristiche circadiane è stata riportata una minore efficacia percepita degli antidepressivi SSRI e SNRI, farmaci che agiscono sui sistemi di segnalazione della serotonina e, nel caso degli SNRI, anche della noradrenalina. I dati, tuttavia, derivano dalle risposte riferite dai partecipanti e non dimostrano che questi medicinali siano inefficaci in tutte le persone appartenenti al sottotipo. Sul piano terapeutico, gli autori indicano la necessità di approfondire il ruolo di interventi che agiscono sui ritmi biologici, tra cui la terapia della luce, la regolarizzazione degli orari di sonno e veglia e strategie farmacologiche mirate al sistema circadiano. Non si tratta di raccomandazioni valide indistintamente per tutte le persone con depressione: la scelta del trattamento deve rimanere individualizzata e affidata al medico.
La ricerca, propone, quindi, un modello per comprendere meglio l’eterogeneità della depressione e le possibili relazioni tra ritmi biologici, caratteristiche genetiche e andamento clinico. Il 23% osservato nel campione non può essere considerato una stima della prevalenza di questo profilo nell’intera popolazione: i partecipanti provenivano infatti da uno studio dedicato soprattutto a forme gravi, ricorrenti o persistenti della malattia. Inoltre, la classificazione proposta non costituisce ancora una diagnosi autonoma universalmente riconosciuta. Gli stessi autori sottolineano la necessità di confermare i risultati in altri gruppi di persone e di verificare se il riconoscimento di questo profilo permetta davvero di prevedere la risposta ai diversi trattamenti. La prospettiva è quella di una maggiore personalizzazione delle cure, nella quale anche il rapporto tra sonno, luce e ritmo biologico possa contribuire alla valutazione clinica, senza sostituire gli strumenti diagnostici e terapeutici già disponibili.
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