Uno studio pubblicato su Gut individua tracce precoci della risposta immunitaria in 500 persone che avrebbero sviluppato una malattia infiammatoria cronica intestinale, aprendo nuove prospettive per capire come iniziano queste patologie
Le malattie infiammatorie croniche intestinali, come il morbo di Crohn e la colite ulcerosa, possono svilupparsi attraverso processi biologici che precedono dianni la comparsa dei primi disturbi. Ma è possibile riconoscere questi cambiamenti prima che la malattia si manifesti? Per rispondere, i ricercatori hanno analizzato campioni di sangue raccolti nel tempo da persone che avrebbero successivamente ricevuto una diagnosi, confrontando le loro risposte immunitarie con quelle dei controlli sani. Lo studio, è stato pubblicato sulla rivista Gut. L’analisi ha coinvolto 500 persone e circa 2.000 campioni di sangue, esaminando le risposte degli anticorpi contro centinaia di migliaia di frammenti proteici. I risultati indicano che alcune alterazioni erano già rilevabili fino a dieci anni prima della diagnosi, soprattutto nelle persone che avrebbero sviluppato il Crohn. Non si tratta ancora di un test per prevedere la malattia, ma di indizi che aiutano a ricostruire le fasi iniziali della risposta immunitaria.
La ricerca, condotta da un gruppo internazionale con il coinvolgimento della Icahn School of Medicine del Mount Sinai di New York, ha utilizzato campioni conservati nell’ambito della coorte statunitense PREDICTS, composta da personale militare. Gli studiosi hanno esaminato 2.000 campioni di sangue appartenenti a 500 persone: 200 avrebbero sviluppato il morbo di Crohn, 200 la colite ulcerosa e 100 erano controlli sani. Per ricostruire i cambiamenti nel tempo, i ricercatori hanno utilizzato la tecnica PhIP-Seq, che consente di analizzare su larga scala le risposte degli anticorpi contro specifici frammenti proteici. In questo caso, il profilo immunitario è stato studiato rispetto a 357.000 peptidi associati a microbi, virus, alimenti e componenti del sistema immunitario. L’obiettivo era individuare eventuali differenze tra le persone che avrebbero sviluppato una malattia infiammatoria intestinale e quelle rimaste sane, risalendo fino a dieci anni prima della diagnosi.
Nel gruppo delle persone che avrebbero sviluppato il Crohn, gli studiosi hanno individuato risposte anticorpali più intense contro alcuni virus, in particolare il virus di Epstein-Barr, e contro le flagelline batteriche, proteine che costituiscono una componente dei flagelli, le strutture utilizzate da molti batteri per muoversi. Queste differenze erano rilevabili fino a dieci anni prima della diagnosi. I segnali risultavano particolarmente marcati nei partecipanti che avrebbero sviluppato forme complicate della malattia o con interessamento dell’ileo, la porzione finale dell’intestino tenue. Parallelamente, i ricercatori hanno osservato una progressiva riduzione delle risposte anticorpali contro alcuni batteri dotati di capsula, tra cui Streptococcus pneumoniae, Haemophilus e Neisseria, man mano che si avvicinava la diagnosi. Nel complesso, i risultati suggeriscono che il sistema immunitario attraversi cambiamenti progressivi molto prima che il Crohn diventi clinicamente riconoscibile. Non dimostrano, tuttavia, che i virus o i batteri individuati siano direttamente responsabili dell’insorgenza della patologia.
Nelle persone che avrebbero sviluppato la colite ulcerosa è emerso un quadro distinto, caratterizzato dalla combinazione di risposte contro microrganismi, virus e componenti dell’organismo stesso. Quest’ultimo elemento riguarda gli autoanticorpi, diretti contro strutture proprie dell’organismo, e comprendeva una risposta contro la proteina MADD, coinvolta in processi di segnalazione cellulare. I risultati indicano quindi che Crohn e colite ulcerosa, pur appartenendo alla stessa famiglia di malattie infiammatorie croniche intestinali, potrebbero essere preceduti da traiettorie immunologiche differenti. Un altro dato riguarda la variabilità complessiva del repertorio anticorpale, aumentata in entrambe le patologie fino a circa quattro anni prima della diagnosi. Le differenze non riguardano soltanto la presenza di singoli anticorpi, ma anche il modo in cui l’intera risposta immunitaria si modifica nel tempo. Ricostruire queste traiettorie potrebbe aiutare a comprendere meglio i processi biologici che precedono l’infiammazione intestinale.
I risultati, dunque, contribuiscono a chiarire una fase ancora poco conosciuta delle malattie infiammatorie croniche intestinali: quella in cui sono già presenti alterazioni biologiche, ma non sono ancora comparsi i sintomi che portano alla diagnosi. La possibilità di identificare queste modificazioni apre nuove prospettive per la ricerca di biomarcatori capaci di riconoscere le persone a maggior rischio e, in futuro, orientare strategie di sorveglianza più mirate. È però necessario distinguere il riconoscimento di un’associazione biologica dalla capacità di prevedere con precisione una malattia. Lo studio non dimostra che il profilo anticorpale individuato possa essere utilizzato come test clinico, né stabilisce che le alterazioni osservate causino direttamente il Crohn o la colite ulcerosa. Inoltre, i partecipanti provenivano da una coorte militare statunitense: saranno necessarie ulteriori verifiche in popolazioni più ampie e diversificate. L’obiettivo futuro sarà capire se questi segnali possano diventare strumenti affidabili per individuare la malattia prima dei sintomi, senza generare falsi allarmi e consentendo di intervenire quando davvero necessario.
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