Salute 19 Ottobre 2026 15:04

Antibiotici dall’infanzia associati a un maggior rischio di intestino irritabile a 24 anni

Uno studio presentato alla UEG Week 2026 su 2.853 partecipanti rileva una maggiore probabilità di sindrome dell’intestino irritabile tra chi ha ricevuto antibiotici, con un’associazione crescente all’aumentare delle prescrizioni.

di Arnaldo Iodice
Antibiotici dall’infanzia associati a un maggior rischio di intestino irritabile a 24 anni

L’esposizione agli antibiotici dall’infanzia alla prima età adulta è associata a una maggiore probabilità di sviluppare la sindrome dell’intestino irritabile (IBS), con un’associazione progressivamente più marcata all’aumentare del numero di prescrizioni. È quanto emerge da uno studio presentato alla UEG Week 2026, che ha analizzato i dati di 2.853 partecipanti alla coorte di nascita svedese BAMSE. I ricercatori hanno utilizzato le prescrizioni registrate nel Registro svedese dei farmaci prescritti dal 2005, quando i partecipanti avevano tra 9 e 11 anni, fino a un anno prima della valutazione dell’IBS a 24 anni. L’obiettivo era verificare l’associazione tra esposizione agli antibiotici, numero di prescrizioni, classi di farmaci utilizzate e probabilità di sviluppare il disturbo. L’IBS è una condizione digestiva comune, che colpisce oltre 60 milioni di persone in Europa e può provocare dolore addominale e alterazioni dell’alvo. I risultati rafforzano le evidenze epidemiologiche sul possibile legame tra antibiotici e IBS, senza dimostrare un rapporto causale.

Più prescrizioni, maggiore probabilità di sindrome dell’intestino irritabile

A 24 anni, il 10% dei partecipanti presentava la sindrome dell’intestino irritabile e, tra questi, il 79,4% era costituito da donne. L’esposizione agli antibiotici risultava più frequente tra chi aveva sviluppato il disturbo: l’87,8% aveva ricevuto almeno una prescrizione durante il periodo analizzato, contro l’80,2% dei partecipanti senza IBS. Dopo aver corretto i risultati per sesso e status socioeconomico familiare, i ricercatori hanno rilevato una probabilità di IBS 1,5 volte maggiore tra coloro che avevano ricevuto antibiotici rispetto a chi non ne aveva ricevuti (IC 95%: 1,0-2,2).

L’associazione mostrava inoltre un andamento crescente in relazione al numero di prescrizioni, con una significatività statistica per il trend inferiore a 0,001. Rispetto ai partecipanti non esposti, chi aveva ricevuto una o due prescrizioni presentava una probabilità 1,3 volte maggiore di IBS (IC 95%: 0,9-2,0). Il valore saliva a 1,6 volte per chi aveva ricevuto da tre a cinque prescrizioni (IC 95%: 1,0-2,4) e a 1,7 volte in presenza di sei o più prescrizioni (IC 95%: 1,1-2,6).

L’analisi delle singole classi di antibiotici ha evidenziato associazioni significative per tetracicline e cefalosporine anche dopo gli aggiustamenti statistici. L’impiego di tetracicline era associato a una probabilità di IBS 1,4 volte maggiore (IC 95%: 1,1-1,8), mentre tre o più prescrizioni di cefalosporine corrispondevano a una probabilità sei volte maggiore (IC 95%: 1,9-18,8). Quest’ultima stima presenta tuttavia un intervallo di confidenza ampio, che indica una maggiore incertezza sulla precisione dell’associazione.

Microbiota intestinale, il possibile meccanismo alla base dell’associazione

Lo studio non ha indagato direttamente i meccanismi biologici che potrebbero spiegare il legame tra esposizione agli antibiotici e sindrome dell’intestino irritabile. Tra le possibili spiegazioni, i ricercatori indicano le alterazioni del microbiota intestinale, la comunità di microrganismi che svolge un ruolo importante nel funzionamento dell’apparato digerente.

Secondo quanto riferito da Jessica Sjölund, autrice principale della ricerca, studi precedenti hanno mostrato che gli antibiotici possono modificare la composizione del microbiota e che tali cambiamenti possono persistere per diversi anni. Gli effetti potrebbero inoltre essere più pronunciati dopo cicli ripetuti di trattamento. Poiché le alterazioni del microbiota sono considerate uno dei possibili fattori coinvolti nella sindrome dell’intestino irritabile, potrebbero contribuire a spiegare l’associazione osservata.

Per verificare questa ipotesi saranno necessari studi più ampi e con periodi di osservazione prolungati, che valutino ripetutamente la presenza di IBS nel corso del tempo. Queste ricerche potrebbero chiarire se l’esposizione agli antibiotici preceda effettivamente l’insorgenza del disturbo e se la fase della vita in cui avviene il trattamento o la specifica classe di farmaci utilizzata influenzino l’associazione.

Sarà inoltre importante considerare altri fattori potenzialmente rilevanti, tra cui le infezioni che hanno determinato la prescrizione, le condizioni di salute concomitanti e gli aspetti psicologici e familiari. Le valutazioni ripetute del microbiota potrebbero contribuire a individuare eventuali meccanismi biologici coinvolti. Per il momento, tuttavia, non è possibile stabilire se gli antibiotici contribuiscano direttamente allo sviluppo dell’IBS o se l’associazione dipenda, almeno in parte, da altri fattori.

Prescrizioni appropriate, gli antibiotici restano essenziali quando necessari

I risultati richiamano l’attenzione sui possibili effetti a lungo termine dell’esposizione agli antibiotici, soprattutto quando le prescrizioni si ripetono nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo Sjölund, le evidenze emerse non devono però essere interpretate come un invito a evitare questi farmaci quando sono clinicamente indicati. Gli antibiotici rimangono infatti trattamenti fondamentali, talvolta indispensabili, per contrastare le infezioni batteriche. L’indicazione pratica riguarda piuttosto l’appropriatezza prescrittiva: evitare l’impiego non necessario degli antibiotici e limitare i trattamenti che non presentano una reale indicazione clinica. Si tratta di un principio già centrale nella gestione delle infezioni, che lo studio contribuisce a sostenere anche alla luce della possibilità di conseguenze che si manifestino a distanza di anni.

La ricerca presenta alcuni elementi di forza rispetto alle indagini precedenti. In particolare, l’utilizzo dei dati del registro nazionale delle prescrizioni ha permesso di ricostruire oggettivamente l’esposizione ai farmaci, senza dipendere esclusivamente dai ricordi dei partecipanti. Inoltre, la valutazione dell’IBS in una coorte rappresentativa della popolazione generale può consentire di intercettare casi che potrebbero non essere identificati attraverso le sole cartelle cliniche specialistiche.

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