One Health 15 Ottobre 2026 13:08

Solitudine, nove settimane nella natura possono ridurla anche a distanza di un anno

Giardini, passeggiate e birdwatching al centro di uno studio randomizzato su 320 adulti vulnerabili a Barcellona. I risultati indicano una riduzione della solitudine mantenuta nel tempo

di Viviana Franzellitti
Solitudine, nove settimane nella natura possono ridurla anche a distanza di un anno

La solitudine non è soltanto una condizione emotiva: può influire sul benessere e sulla salute, soprattutto quando si associa a isolamento sociale e vulnerabilità economica. Ma è possibile contrastarla anche attraverso attività condivise all’aria aperta? A questa domanda ha cercato di rispondere lo studio RECETAS-BCN, una sperimentazione randomizzata condotta nell’area metropolitana di Barcellona su 320 adulti che sperimentavano solitudine, reclutati in 12 quartieri con condizioni socioeconomiche svantaggiate. La ricerca, pubblicata nell’ottobre 2026 su The Lancet Regional Health – Europe, ha confrontato un programma di incontri settimanali nella natura con un percorso che incoraggiava i partecipanti a svolgere autonomamente attività analoghe. I risultati mostrano che la solitudine si è ridotta in entrambi i gruppi e il miglioramento è rimasto osservabile fino a un anno. Lo studio suggerisce così che favorire il contatto con la natura e le occasioni di relazione possa rappresentare una risorsa per la salute pubblica, pur senza dimostrare un miglioramento complessivo della qualità della vita legata alla salute.

Come è stato condotto lo studio RECETAS-BCN

La ricerca rientra nel progetto europeo RECETAS (Re-imagining Environments for Connection and Engagement: Testing Actions for Social Prescribing in Natural Spaces), dedicato allo sviluppo e alla valutazione di interventi sociali basati sul contatto con gli ambienti naturali. I ricercatori hanno coinvolto adulti di almeno 18 anni che riferivano di sentirsi soli: l’età mediana era di circa 63 anni e l’80% dei partecipanti era costituito da donne. I 320 partecipanti sono stati assegnati casualmente a due gruppi di 160 persone. Il primo ha preso parte a Friends in Nature (FiN), un programma guidato da facilitatori che prevedeva incontri di gruppo settimanali per nove settimane. Il secondo ha ricevuto informazioni e indicazioni sulle attività nella natura disponibili sul territorio, con l’invito a parteciparvi autonomamente. In entrambi i casi, l’obiettivo era creare occasioni per entrare in contatto con l’ambiente naturale e favorire nuove relazioni. I ricercatori hanno misurato la solitudine e la qualità della vita correlata alla salute all’inizio dello studio e durante il follow-up, a tre, sei e dodici mesi. Questo disegno ha permesso di valutare non soltanto l’andamento iniziale dei risultati, ma anche la loro persistenza nel tempo.

La riduzione della solitudine prosegue fino a un anno

Il dato principale riguarda la diminuzione dei punteggi di solitudine osservata in entrambi i gruppi. Dopo tre mesi, la riduzione media era pari a circa il 10,5% rispetto alla valutazione iniziale. Il miglioramento è proseguito nelle rilevazioni successive, fino a raggiungere circa il 16,8% a dodici mesi.

Il risultato più interessante è che il beneficio non è stato osservato esclusivamente tra le persone che avevano partecipato agli incontri organizzati. Anche chi aveva ricevuto indicazioni sulle opportunità disponibili nel proprio quartiere e aveva potuto scegliere autonomamente come svolgere le attività ha mostrato una diminuzione della solitudine. Questo elemento invita a considerare più modalità di intervento: da una parte, percorsi strutturati che facilitano la partecipazione e la conoscenza reciproca; dall’altra, iniziative che aiutano le persone a individuare occasioni di incontro già presenti nella comunità. Lo studio non ha però dimostrato una superiorità complessiva del programma di gruppo rispetto alle semplici indicazioni sulle attività disponibili. La riduzione della solitudine è stata significativa in entrambi i gruppi, ma la differenza tra i due percorsi non è risultata statisticamente significativa nell’analisi principale a tre mesi.

Per chi si sente più fragile il gruppo può fare la differenza

Le analisi aggiuntive hanno evidenziato un aspetto importante: l’efficacia del percorso condiviso non è stata identica per tutti. Il programma Friends in Nature ha mostrato risultati migliori rispetto alle indicazioni individuali tra i partecipanti che, all’inizio della sperimentazione, presentavano una solitudine più marcata e un benessere emotivo più basso.

Questo dato suggerisce che le condizioni di partenza possono influenzare la risposta agli interventi sociali. Per chi fatica maggiormente a instaurare relazioni o attraversa una fase di particolare fragilità emotiva, la presenza di un gruppo, di incontri programmati e di facilitatori potrebbe rendere più semplice partecipare alle attività e costruire legami. Si tratta, tuttavia, di un risultato emerso dalle analisi dei sottogruppi e non della dimostrazione che un programma collettivo sia sempre preferibile. La ricerca indica piuttosto l’importanza di valutare le esigenze individuali e di non considerare tutte le persone che sperimentano solitudine come un gruppo omogeneo.

Giardinaggio e birdwatching come occasioni di relazione

Il programma non si limitava a suggerire di trascorrere più tempo all’aperto. Le attività nella natura erano inserite in un percorso pensato per favorire la partecipazione e le connessioni sociali, attraverso esperienze condivise in parchi, giardini e altri spazi naturali, oltre a momenti di confronto tra i partecipanti.

Giardinaggio, osservazione degli uccelli, passeggiate e laboratori rappresentano esempi di attività che possono offrire un contesto informale per incontrare altre persone. L’ambiente naturale diventa così il luogo in cui sviluppare interessi comuni e costruire relazioni, senza che ogni occasione di incontro debba necessariamente ruotare attorno al problema della solitudine. È questo il principio alla base della cosiddetta social prescribing, o prescrizione sociale: indirizzare le persone verso attività e risorse della comunità che possano rispondere anche a bisogni non esclusivamente sanitari. In questo caso, il contatto con la natura viene utilizzato per creare opportunità di partecipazione e contrastare la disconnessione sociale.

I limiti dei risultati: nessun miglioramento significativo della qualità della vita

I risultati vanno interpretati tenendo conto di una distinzione fondamentale. La riduzione della solitudine non si è accompagnata a un cambiamento significativo della qualità della vita correlata alla salute. I ricercatori non hanno infatti rilevato miglioramenti significativi in questo secondo indicatore.

La sperimentazione non dimostra, quindi, che nove settimane di attività all’aperto siano sufficienti a risolvere tutte le conseguenze dell’isolamento o a migliorare complessivamente lo stato di salute. Inoltre, i partecipanti provenivano da quartieri con condizioni socioeconomiche svantaggiate dell’area metropolitana di Barcellona: i risultati non possono essere automaticamente estesi a tutte le popolazioni o a contesti differenti. La ricerca offre, comunque, un’indicazione utile per le politiche di salute pubblica: contrastare la solitudine può significare anche creare occasioni accessibili di incontro, partecipazione e contatto con la natura. Queste iniziative possono affiancare gli interventi sanitari e, quando necessario, il supporto psicologico, senza sostituirli. La sfida successiva sarà capire come integrare i percorsi di prescrizione sociale nei servizi territoriali e quali modalità siano più adatte alle diverse esigenze.

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