Salute 13 Ottobre 2026 14:15

Malattie autoimmuni, donne spesso liquidate come “ansiose”: così rischiano di aspettare anni

Le donne con malattie autoimmuni riferiscono più spesso degli uomini di essere state considerate ansiose o di aver ricevuto spiegazioni psicologiche per i propri sintomi. Un’indagine internazionale evidenzia differenze nell’esperienza diagnostica e tempi potenzialmente più lunghi per arrivare a una diagnosi

di Viviana Franzellitti
Malattie autoimmuni, donne spesso liquidate come “ansiose”: così rischiano di aspettare anni

Le donne che convivono con una malattia autoimmune possono dover affrontare un ostacolo in più prima di ottenere una diagnosi: sentirsi dire che i propri disturbi dipendono dall’ansia o da cause psicosomatiche. A evidenziare questa disparità di genere è una ricerca internazionale che ha analizzato le esperienze di 6.607 persone con patologie autoimmuni, mettendo a confronto i percorsi diagnostici di uomini e donne. L’indagine, coordinata dalle università britanniche di Cambridge e dell’East Anglia, è stata pubblicata il 13 ottobre 2026 sulla rivista eClinicalMedicine. I risultati mostrano che le donne riferiscono più frequentemente di aver ricevuto attribuzioni psicologiche dei sintomi e di aver affrontato tempi più lunghi prima di arrivare a una diagnosi. Un quadro che solleva interrogativi sulla capacità di riconoscere tempestivamente le malattie e sull’importanza di ascoltare i pazienti senza fermarsi alle prime interpretazioni.

Malattie autoimmuni, le donne più esposte a diagnosi psicologiche

I numeri mostrano differenze significative nell’esperienza riferita dai pazienti. Il 43% delle donne ha dichiarato che i propri sintomi erano stati precedentemente attribuiti a cause psichiatriche, contro il 33% degli uomini. Il divario emerge anche per le spiegazioni di natura psicosomatica: le ha riferite il 34% delle donne, rispetto al 22% degli uomini. Dopo aver considerato diversi fattori, tra cui età, gruppo di malattia, area geografica e condizioni economiche, le donne risultavano quasi il 50% più esposte a riferire una precedente attribuzione psichiatrica errata e quasi il 75% più esposte a riferire una diagnosi psicosomatica. Si tratta di differenze che rimangono rilevanti anche tenendo conto delle caratteristiche dei partecipanti e del contesto in cui vivono. I dati devono essere interpretati con attenzione: descrivono le esperienze riportate dai pazienti e non dimostrano che ogni valutazione psicologica fosse necessariamente sbagliata. Evidenziano, tuttavia, una disparità che merita di essere approfondita, soprattutto quando l’attribuzione iniziale a una causa psicologica rischia di ritardare ulteriori accertamenti.

Dalla comparsa dei sintomi alla diagnosi: per le donne anche anni di attesa

La differenza tra uomini e donne emerge anche nei tempi riferiti per arrivare a una diagnosi. Negli uomini, l’intervallo più frequentemente riportato tra la comparsa dei sintomi e la diagnosi era inferiore a tre mesi; nelle donne, invece, era compreso tra uno e due anni. Un divario che suggerisce quanto possa essere lungo e complesso il percorso necessario per dare un nome ai disturbi.

Le donne riferivano inoltre un maggior numero di consulti sanitari. Il dato è particolarmente significativo perché indica che rivolgersi ripetutamente ai servizi sanitari non sempre coincide con una soluzione rapida del problema. Per alcune pazienti, il percorso può tradursi in visite successive, nuovi tentativi di spiegare i sintomi e una prolungata incertezza sulle loro cause. I risultati non consentono, da soli, di stabilire quali fattori abbiano determinato i ritardi o di attribuire ogni differenza esclusivamente al genere. Mettono però in evidenza un’esperienza assistenziale diversa, che solleva interrogativi sul riconoscimento dei sintomi e sulla necessità di approfondire le possibili cause organiche quando i disturbi persistono.

Perché riconoscere una malattia autoimmune può essere difficile

Le malattie autoimmuni comprendono numerose condizioni nelle quali il sistema immunitario reagisce contro componenti dell’organismo stesso. Possono interessare organi e apparati differenti e manifestarsi con quadri clinici molto diversi, talvolta caratterizzati da sintomi poco specifici o comuni ad altre patologie.

Stanchezza persistente, dolori, debolezza e disturbi articolari possono richiedere tempo e accertamenti mirati prima di essere ricondotti alla causa corretta. Il fatto che un sintomo non abbia immediatamente una spiegazione non significa che sia immaginario o privo di una causa fisica. La valutazione medica deve considerare la storia clinica, l’insieme dei segnali riferiti, gli eventuali risultati degli esami e l’evoluzione del quadro nel tempo. La difficoltà diagnostica, tuttavia, non giustifica conclusioni affrettate. Quando una prima ipotesi non spiega l’andamento dei disturbi, è importante verificare se siano necessari ulteriori approfondimenti. Il rischio è che un’interpretazione iniziale finisca per condizionare le valutazioni successive, facendo passare in secondo piano elementi clinici che meriterebbero attenzione.

Quando l’ansia diventa una spiegazione che oscura i sintomi fisici

Ansia e malattie fisiche possono coesistere e influenzarsi reciprocamente. Una componente psicologica può contribuire alla sofferenza di una persona, ma non esclude automaticamente la presenza di una patologia organica. Il problema non è prendere in considerazione la salute mentale, ma attribuire prematuramente i sintomi a una causa psicologica senza valutare adeguatamente le altre possibilità.

Quando un’interpretazione viene considerata definitiva troppo presto, il paziente può incontrare difficoltà nel proseguire il percorso diagnostico. La persistenza dei disturbi rischia di essere letta come una conseguenza dell’ansia anziché come un segnale che richiede una nuova valutazione. Questo può alimentare la frustrazione, compromettere la fiducia nel rapporto con i professionisti sanitari e contribuire a prolungare l’incertezza. È quindi essenziale distinguere tra una diagnosi psicologica fondata su elementi clinici e un’attribuzione che non tiene sufficientemente conto dei sintomi fisici. Le due dimensioni non sono in contrapposizione: una valutazione completa deve poter considerare entrambe senza escludere ipotesi prima di aver raccolto gli elementi necessari.

Ascolto e rivalutazione clinica per ridurre i ritardi diagnostici

La ricerca richiama l’attenzione sull’importanza di ascoltare i pazienti e di rivalutare le diagnosi quando emergono nuovi elementi. La durata dei sintomi, la loro frequenza, i cambiamenti nel tempo e la comparsa di nuovi disturbi sono informazioni fondamentali per ricostruire il quadro clinico e decidere se siano necessari ulteriori accertamenti.

Una diagnosi iniziale non dovrebbe diventare un’etichetta immutabile. Se i sintomi persistono o l’evoluzione clinica non corrisponde all’ipotesi formulata in precedenza, è opportuno verificare nuovamente le possibili spiegazioni. Questo principio è particolarmente importante nelle patologie che possono manifestarsi in modo variabile e richiedere un percorso diagnostico articolato.

I risultati pongono anche una questione più ampia: comprendere perché le donne riferiscano più frequentemente di aver ricevuto attribuzioni psichiatriche o psicosomatiche può aiutare a individuare eventuali ostacoli nell’assistenza e a migliorare il riconoscimento delle malattie. Non si tratta di escludere le cause psicologiche, ma di evitare che diventino una spiegazione automatica di disturbi ancora da chiarire. Ascolto, valutazione complessiva e disponibilità a riconsiderare le ipotesi iniziali sono elementi essenziali per un percorso diagnostico appropriato. Perché ottenere una spiegazione dei propri sintomi non dovrebbe trasformarsi, per le donne con malattie autoimmuni, in un’attesa più lunga e in una continua necessità di dimostrare che il proprio malessere è reale.

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