Prevenzione 12 Ottobre 2026 16:12

Vaccini, perché alcuni sviluppano la febbre e altri no: il ruolo dei batteri intestinali

Uno studio pubblicato su Science ha seguito 171 adulti sani vaccinati contro Covid-19 e individuato nel microbiota intestinale alcuni segnali associati a una maggiore risposta febbrile.

di Viviana Franzellitti
Vaccini, perché alcuni sviluppano la febbre e altri no: il ruolo dei batteri intestinali

La febbre dopo una vaccinazione non compare in tutte le persone e la sua intensità può variare sensibilmente da un individuo all’altro. A influenzare questa differenza potrebbe essere anche l’ecosistema di microrganismi che vive nell’intestino. È quanto emerge da una ricerca pubblicata l’8 ottobre 2026 sulla rivista scientifica Science, con il titolo “The human gut microbiome primes fever after vaccination”. Il gruppo di ricerca, guidato da Kelsey E. Huus e Ruth E. Ley nell’ambito dello studio µHEAT, ha monitorato 171 adulti sani sottoposti a vaccinazione a mRNA contro SARS-CoV-2, analizzando campioni fecali e di sangue e registrando la temperatura corporea prima e dopo la somministrazione. L’obiettivo era capire se le caratteristiche del microbiota e il livello di infiammazione già presente nell’organismo potessero contribuire a spiegare le diverse reazioni al vaccino. I risultati indicano che alcuni batteri intestinali e le sostanze che producono potrebbero favorire una risposta infiammatoria più intensa, aumentando la probabilità di sviluppare febbre.

Il microbiota intestinale potrebbe influenzare le reazioni al vaccino

La ricerca parte da una domanda rilevante per comprendere meglio la variabilità delle risposte individuali: perché alcune persone sviluppano febbre dopo la vaccinazione, mentre altre non manifestano questo sintomo o accusano disturbi più lievi? Le reazioni post-vaccinali dipendono da diversi fattori, ma i meccanismi che determinano la maggiore o minore intensità della risposta infiammatoria non sono ancora completamente chiariti. Per indagare questo fenomeno, gli studiosi hanno seguito nel tempo i partecipanti allo studio µHEAT, raccogliendo informazioni sulla temperatura corporea e sullo stato immunitario e analizzando la composizione e l’attività del microbiota intestinale prima e dopo la vaccinazione. Il confronto ha permesso di individuare differenze già presenti prima della somministrazione: le persone che successivamente hanno sviluppato una risposta febbrile più marcata mostravano caratteristiche microbiche e segnali di infiammazione intestinale differenti rispetto a quelle con reazioni più contenute. Il dato è importante perché suggerisce che la risposta alla vaccinazione non dipenda soltanto dalle caratteristiche del vaccino e dall’attivazione del sistema immunitario nel momento della somministrazione. Anche le condizioni biologiche di partenza, comprese le interazioni tra batteri intestinali e difese immunitarie, potrebbero contribuire a determinare l’intensità di alcune reazioni.

Il ruolo delle Lachnospiraceae e della flagellina

Tra gli elementi emersi dall’analisi, i ricercatori hanno individuato una maggiore presenza e attività di batteri appartenenti alla famiglia delle Lachnospiraceae, in particolare di microrganismi dotati di strutture che consentono loro di muoversi. Questi batteri possono produrre flagellina, una proteina che costituisce il flagello, una sorta di appendice filamentosa utilizzata da molti batteri per spostarsi.

La flagellina non è soltanto una componente strutturale: può essere riconosciuta dal sistema immunitario come un segnale capace di attivare meccanismi di difesa e favorire la produzione di mediatori infiammatori. Nelle persone che hanno manifestato una risposta febbrile più intensa, gli studiosi hanno osservato una maggiore espressione dei geni batterici coinvolti nella produzione della flagellina già prima della vaccinazione, insieme a segnali compatibili con una lieve infiammazione intestinale.

L’ipotesi è che questa attività microbica contribuisca a mantenere l’organismo in uno stato di maggiore attivazione immunitaria, rendendolo più incline a sviluppare una risposta infiammatoria intensa quando riceve lo stimolo del vaccino. Non significa che questi batteri siano necessariamente patogeni o che la loro presenza sia di per sé indice di una malattia: il punto centrale è il modo in cui le loro attività interagiscono con le difese dell’organismo.

Gli esperimenti confermano il legame tra batteri e infiammazione

Per verificare se le differenze osservate nelle persone potessero avere un ruolo attivo e non rappresentare soltanto una correlazione, i ricercatori hanno condotto ulteriori esperimenti. I campioni microbici provenienti dai partecipanti con una risposta febbrile più marcata sono stati studiati anche attraverso modelli di organoidi intestinali umani, sistemi sperimentali che riproducono alcune caratteristiche del tessuto intestinale.

Questi esperimenti hanno mostrato una maggiore attivazione delle risposte infiammatorie in presenza dei microbi associati alla febbre. Il gruppo ha inoltre trasferito microbioti provenienti da donatori con differenti risposte febbrili in topi germ-free, cioè animali allevati in assenza di microrganismi, per valutare gli effetti sulla risposta alla vaccinazione. Anche in questo caso, i microbioti associati a una maggiore produzione di flagellina hanno favorito reazioni infiammatorie più intense. Gli esperimenti hanno indicato che il fenomeno dipendeva, almeno in parte, dal riconoscimento della flagellina da parte del sistema immunitario. Questi risultati rafforzano l’ipotesi di un contributo diretto del microbiota alla risposta febbrile, anche se gli esperimenti su organoidi e animali non consentono, da soli, di stabilire quanto sia possibile modificare il fenomeno nelle persone attraverso interventi mirati.

Alimentazione e microbiota: una possibile relazione

Un altro aspetto esaminato riguarda il rapporto tra alimentazione, attività dei batteri intestinali e risposta infiammatoria. I ricercatori hanno osservato che la produzione di flagellina e le reazioni alla vaccinazione nei modelli sperimentali possono essere modificate attraverso interventi dietetici. Negli esseri umani, inoltre, il rischio di febbre risultava associato ad alcune caratteristiche della dieta riferita dai partecipanti e a indicatori metabolici.

In particolare, un’alimentazione caratterizzata da un maggiore consumo di alimenti vegetali integrali è risultata associata a caratteristiche del microbiota meno legate alla risposta febbrile, mentre un minore consumo di questi alimenti e schemi alimentari con più grassi o cibi trasformati erano associati a profili microbici più infiammatori. Si tratta, tuttavia, di associazioni che non dimostrano automaticamente un rapporto di causa-effetto nelle persone. Non è quindi possibile concludere che cambiare dieta prima di una vaccinazione impedisca la febbre. Gli esperimenti suggeriscono una possibile strada da approfondire, ma saranno necessari studi clinici specifici per verificare se e in quale misura modificare l’alimentazione o il microbiota possa ridurre le reazioni post-vaccinali negli esseri umani.

Meno effetti collaterali senza compromettere la protezione immunitaria?

Un punto particolarmente interessante riguarda la distinzione tra reazioni infiammatorie e risposta protettiva al vaccino. I risultati dello studio indicano che le caratteristiche microbiche associate alla febbre non corrispondevano necessariamente a differenze nella risposta anticorpale misurata dai ricercatori. In altre parole, una maggiore probabilità di sviluppare febbre non equivale automaticamente a una maggiore protezione vaccinale, così come l’assenza di febbre non significa che il vaccino abbia funzionato meno.

La febbre è una possibile reazione dell’organismo alla vaccinazione, ma non rappresenta un indicatore affidabile dell’efficacia del vaccino nel singolo individuo. Comprendere i meccanismi che ne favoriscono la comparsa potrebbe aiutare, in futuro, a individuare strategie per contenere alcuni effetti indesiderati senza interferire con la protezione immunitaria. Per ora, lo studio apre una prospettiva di ricerca, non introduce una nuova raccomandazione clinica: non giustifica l’assunzione preventiva di probiotici, integratori o altri prodotti per modificare il microbiota prima della vaccinazione. Saranno necessari ulteriori studi nell’uomo per stabilire se questi risultati possano tradursi in interventi sicuri ed efficaci. La ricerca aggiunge comunque un tassello alla comprensione delle differenze individuali dopo un vaccino e indica nell’interazione tra microbiota intestinale, alimentazione e sistema immunitario un ambito da approfondire.

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