Salute 12 Ottobre 2026 11:49

Noduli tiroidei, l’alternativa alla chirurgia c’è. Ma spesso il conto lo paga il paziente. L’appello AME

La procedura mini-invasiva può evitare l'intervento chirurgico e garantire un risparmio al Servizio sanitario nazionale fino a 24 milioni di euro all'anno. Ma l'assenza di un codice di rimborso specifico ne limita l'accessibilità. Dal 13° Thyroid UpToDate di Roma, l'appello dell'Associazione Medici Endocrinologi (AME).

di Redazione
Noduli tiroidei, l’alternativa alla chirurgia c’è. Ma spesso il conto lo paga il paziente. L’appello AME

Una procedura meno invasiva della chirurgia, che permette di preservare la funzione tiroidea e costa meno al Servizio sanitario nazionale, ma che molti pazienti sono ancora costretti a pagare di tasca propria. È il paradosso della termoablazione dei noduli tiroidei benigni, una tecnica già raccomandata dalle linee guida nazionali per pazienti selezionati, ma il cui accesso in Italia è ancora limitato dalla mancanza di un codice identificativo specifico che ne garantisca un rimborso adeguato e uniforme. A denunciare questa situazione è l’Associazione Medici Endocrinologi (AME), che dal 13° Thyroid UpToDate, svoltosi a Roma il 9 e 10 ottobre, lancia un appello alle autorità regolatorie affinché venga riconosciuta una procedura in grado di offrire benefici sia ai pazienti sia al sistema sanitario.

I noduli tiroidei sono estremamente diffusi: interessano il 5-7% della popolazione adulta quando individuati attraverso l’esame clinico, ma la prevalenza può raggiungere il 50-60% nelle donne adulte sottoposte a indagini diagnostiche per immagini. Nella maggior parte dei casi si tratta di formazioni benigne che non richiedono trattamenti. In altri, tuttavia, l’aumento di volume può causare disturbi compressivi, problemi estetici e una riduzione della qualità della vita, rendendo necessario un intervento terapeutico.

Secondo i dati storici riportati nelle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità del 2022, in Italia vengono effettuate mediamente circa 40mila tiroidectomie all’anno, di cui soltanto 10mila per patologie maligne. Una parte degli interventi per patologie benigne potrebbe essere evitata ricorrendo a tecniche meno invasive.

Una procedura di venti minuti che preserva la tiroide

La termoablazione permette di ridurre progressivamente il volume del nodulo attraverso l’applicazione di energia termica sotto guida ecografica, senza dover asportare la ghiandola tiroidea. La procedura viene effettuata in anestesia locale, non richiede ricovero e consente generalmente un recupero più rapido rispetto alla chirurgia.

“Il vantaggio è straordinario: il trattamento dura una ventina di minuti, richiede solo un’anestesia locale, non richiede ricovero, risparmia in modo totale la funzione tiroidea e non è seguito da cicatrici”, spiega Enrico Papini, endocrinologo e Coordinatore del Comitato Scientifico AME, che ha coordinato il gruppo degli estensori delle linee guida nazionali sulla gestione del nodulo tiroideo benigno sintomatico.

Il ricorso a questa tecnica è già previsto dalla Linea guida per la gestione del nodulo benigno della tiroide causa di sintomi locali, pubblicata nel 2022 dall’ISS e sviluppata da AME con il contributo della Società Italiana di Endocrinologia (SIE) e di altre società scientifiche. Il documento suggerisce di considerare la termoablazione come alternativa alla chirurgia nei pazienti con noduli solidi benigni, singoli o dominanti, responsabili di sintomi locali, valutando le caratteristiche cliniche e le preferenze individuali.

Fino a 24 milioni di euro di risparmio per il SSN

Oltre ai benefici clinici, la termoablazione presenta un vantaggio economico. Secondo l’analisi contenuta nelle linee guida ISS, il costo medio della procedura è di 1.560 euro, contro i 4.211 euro di un’emitiroidectomia, con una differenza di 2.651 euro per paziente.

Considerando una platea potenziale di circa 8-10mila pazienti candidabili ogni anno, le stime riportate nel documento indicano un risparmio complessivo per il SSN compreso tra 8 e 24 milioni di euro annui, a seconda dell’effettivo ricorso alla procedura. Calcolando invece il beneficio sulla base delle tariffe di rimborso del Servizio sanitario nazionale, il risparmio potenziale sarebbe compreso tra 5,9 e 17,7 milioni di euro all’anno.

A questi vantaggi potrebbero aggiungersi la minore occupazione dei posti letto chirurgici, la riduzione dei costi legati alle possibili complicanze e, nei pazienti che mantengono una normale funzionalità tiroidea, la possibilità di evitare una terapia ormonale sostitutiva a lungo termine.

L’appello di AME: “Serve un codice di rimborso dedicato”

Nonostante le raccomandazioni scientifiche, la termoablazione non dispone ancora di un codice identificativo specifico che ne permetta una remunerazione appropriata e omogenea su tutto il territorio nazionale. Soltanto alcune strutture riescono a ottenere un rimborso attraverso codifiche chirurgiche generiche, mentre in molte realtà la prestazione resta a carico dei pazienti.

Una situazione che, secondo AME, rischia di creare disparità nell’accesso alle cure, spingendo alcuni pazienti a scegliere la chirurgia, generalmente coperta dal SSN, anche quando sarebbe possibile ricorrere a un trattamento conservativo.

“Le autorità regolatorie non sono ancora riuscite a fornire, nonostante le reiterate e ben documentate richieste delle società scientifiche, un codice identificativo per queste procedure”, osserva Papini. “Ciò che è incredibile è che il risparmio per il Servizio sanitario nazionale sarebbe enorme, ora auspichiamo una presa di coscienza”.

La richiesta della Federazione è quindi quella di allineare i sistemi di codifica e rimborso alle raccomandazioni delle linee guida nazionali, introducendo un codice dedicato alle procedure termoablative e garantendo modalità di accesso omogenee in tutte le Regioni. L’obiettivo è fare in modo che la scelta tra chirurgia e trattamento mini-invasivo dipenda dalle condizioni cliniche e dalle esigenze del paziente, anziché dalla sua disponibilità economica o dal luogo di residenza.