Salute 25 Settembre 2026 15:22

La sindrome di Phelan-McDermid potrebbe essere molto più comune di quanto stimato

Una nuova analisi stima una prevalenza di 1 caso ogni 7.300 persone. Negli Stati Uniti potrebbero esserci oltre 45.000 persone affette, molte delle quali non ancora diagnosticate.

di Arnaldo Iodice
La sindrome di Phelan-McDermid potrebbe essere molto più comune di quanto stimato

La sindrome di Phelan-McDermid (PMS), una malattia genetica fortemente associata all’autismo, potrebbe essere molto più comune di quanto indicato dalle stime disponibili finora. È quanto suggerisce una nuova analisi condotta da ricercatori del Seaver Autism Center for Research and Treatment del Mount Sinai e pubblicata su Autism Research. Lo studio stima una prevalenza di circa 13,7 casi ogni 100.000 persone, pari a circa una persona ogni 7.300. Applicando questa stima alla popolazione statunitense, i ricercatori calcolano che oltre 45.000 persone potrebbero essere affette dalla sindrome. La maggior parte dei casi, tuttavia, potrebbe non essere stata identificata. La PMS è una condizione genetica causata da una delezione o da una mutazione del gene SHANK3, localizzato sul cromosoma 22, e può determinare manifestazioni mediche, intellettive e comportamentali molto diverse. La maggior parte delle persone con la sindrome soddisfa inoltre i criteri diagnostici per il disturbo dello spettro autistico.

Il ruolo del gene SHANK3 nell’autismo

La sindrome di Phelan-McDermid è caratterizzata da alterazioni del gene SHANK3, che svolge un ruolo nello sviluppo e nel funzionamento delle connessioni tra le cellule nervose. La perdita o l’alterazione di questo gene può essere associata a una combinazione variabile di caratteristiche cliniche, tra cui disabilità intellettiva, ritardi nello sviluppo, difficoltà o assenza del linguaggio, problemi comportamentali e manifestazioni compatibili con il disturbo dello spettro autistico.

Il legame con l’autismo è particolarmente rilevante. Secondo le conoscenze attuali, le alterazioni di SHANK3 sarebbero responsabili di circa l’1% dei casi di disturbo dello spettro autistico. La PMS rappresenta quindi una delle condizioni genetiche nelle quali il rapporto con l’autismo è particolarmente documentato.

Non tutte le persone portatrici di un’alterazione di SHANK3, tuttavia, vengono necessariamente identificate attraverso un percorso diagnostico legato all’autismo. Proprio questo elemento è stato considerato dai ricercatori nella nuova analisi, insieme ai limiti dei test genetici disponibili e alla possibilità che persone con caratteristiche della PMS non siano mai state sottoposte a un esame in grado di individuare l’alterazione.

La sindrome è stata a lungo considerata una condizione rara, anche sulla base del numero relativamente contenuto di diagnosi registrate. La nuova stima suggerisce invece che la differenza tra i casi conosciuti e quelli potenzialmente presenti nella popolazione possa essere molto ampia.

Quasi 180.000 persone con autismo analizzate

Per stimare la frequenza della sindrome, il gruppo del Mount Sinai ha collaborato con laboratori di genetica, centri medici universitari e programmi di ricerca sull’autismo. L’analisi ha preso in considerazione i dati genetici di quasi 180.000 persone con autismo sottoposte a test genetici. I ricercatori hanno integrato informazioni provenienti da dieci diverse fonti, tra cui GeneDx, Labcorp, Ambry Genetics, lo studio SPARK, l’Autism Sequencing Consortium e diversi ospedali pediatrici. L’ampiezza e la varietà dei dati hanno permesso di confrontare informazioni provenienti da popolazioni e contesti diagnostici differenti.

Partendo dai casi identificati attraverso i test genetici, gli autori hanno cercato di tenere conto anche di alcune categorie che possono sfuggire alle statistiche diagnostiche. Tra queste rientrano le persone con autismo alle quali non viene proposto un test genetico, quelle sottoposte a esami che non identificano adeguatamente le alterazioni di SHANK3 e le persone con PMS che non soddisfano i criteri per un disturbo dello spettro autistico. Considerando questi elementi, i ricercatori hanno stimato una prevalenza di 13,7 casi ogni 100.000 persone, equivalente a circa una persona ogni 7.300. Applicata alla popolazione statunitense, la stima porta a ipotizzare più di 45.000 persone con la sindrome.

Secondo Tess Levy, prima autrice dello studio e assistant professor di psichiatria presso la Icahn School of Medicine del Mount Sinai, il divario tra i casi diagnosticati e quelli stimati potrebbe dipendere soprattutto dal fatto che molte persone con autismo o disabilità dello sviluppo non ricevono un test genetico. Tra gli ostacoli indicati figurano anche la copertura assicurativa e l’impiego di test che non valutano adeguatamente il gene SHANK3.

Perché una diagnosi genetica può cambiare il percorso clinico

Secondo i ricercatori, ampliare l’accesso ai test genetici potrebbe consentire di identificare una parte delle persone attualmente prive di una diagnosi molecolare. L’individuazione dell’alterazione responsabile della sindrome può infatti fornire informazioni aggiuntive sulla condizione e contribuire a orientare il percorso clinico e assistenziale.

Joseph D. Buxbaum, direttore del Seaver Autism Center e autore senior dello studio, sostiene che i bambini con autismo dovrebbero essere sottoposti a test genetici. Secondo il ricercatore, identificare le alterazioni genetiche può inoltre facilitare la progettazione di studi clinici rivolti a sottogruppi di pazienti con caratteristiche biologiche comuni. Il valore della diagnosi, quindi, non riguarda soltanto la possibilità di attribuire una causa genetica ai sintomi. Una diagnosi può facilitare l’accesso a specialisti con esperienza nella sindrome, programmi di ricerca, sperimentazioni cliniche e reti di supporto rivolte alle famiglie.

Le nuove terapie aumentano l’importanza dell’identificazione

La ricerca arriva in una fase di crescente interesse per la sindrome di Phelan-McDermid, con diverse sperimentazioni cliniche in corso e approcci di medicina di precisione sviluppati per intervenire sui meccanismi biologici associati alla condizione. In questo contesto, la distanza tra il numero delle diagnosi e quello stimato dei potenziali casi assume particolare rilevanza. Una persona che non riceve una diagnosi genetica può infatti non essere identificata per studi clinici progettati specificamente per la PMS. La mancata identificazione può inoltre limitare la possibilità di accedere a programmi di ricerca, reti di supporto e percorsi assistenziali dedicati.

Lo studio non dimostra che tutte le persone comprese nella stima siano effettivamente affette dalla sindrome: il dato di 1 caso ogni 7.300 rappresenta una stima epidemiologica ottenuta integrando diverse fonti e correggendo per i possibili casi non riconosciuti. Gli autori evidenziano quindi l’importanza di ulteriori dati per definire con maggiore precisione la prevalenza della condizione.

Dalla diagnosi alla medicina di precisione

L’analisi del Mount Sinai evidenzia infine un problema più ampio della ricerca sulle malattie genetiche: lo sviluppo di terapie mirate richiede innanzitutto di identificare le persone che presentano l’alterazione biologica alla quale il trattamento è rivolto. Per la sindrome di Phelan-McDermid, questo significa migliorare la capacità di riconoscere le alterazioni di SHANK3 e ampliare l’accesso ai test genetici nei percorsi diagnostici. L’eventuale aumento delle diagnosi potrebbe inoltre contribuire a creare popolazioni di pazienti sufficientemente numerose per gli studi clinici sulle nuove terapie. Si tratta di un passaggio particolarmente rilevante per una condizione che, sulla base delle diagnosi disponibili, è stata finora considerata rara.

Secondo i ricercatori e le organizzazioni che hanno sostenuto lo studio, l’obiettivo è quindi ridurre il divario tra le persone che potrebbero avere la sindrome e quelle effettivamente identificate. I risultati suggeriscono che questo divario potrebbe essere molto più ampio di quanto precedentemente ipotizzato e che l’identificazione genetica rappresenti un passaggio centrale per collegare diagnosi, ricerca e sviluppo di nuovi trattamenti.

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato