Salute 18 Settembre 2026 12:20

Alzheimer, la sfida è arrivare prima: dalla prevenzione alla presa in carico della fragilità cognitiva

Alla vigilia della Giornata mondiale del 21 settembre, SIGOT richiama l'attenzione sull'evoluzione della gestione delle demenze: riconoscere precocemente il rischio, intervenire sui fattori modificabili e costruire una presa in carico globale

di Redazione
Alzheimer, la sfida è arrivare prima: dalla prevenzione alla presa in carico della fragilità cognitiva

L’Alzheimer si combatte anche prima che la malattia diventi evidente. È questo uno dei cambiamenti più importanti che stanno attraversando la gestione delle demenze: accanto alla ricerca di nuove terapie e a strumenti diagnostici sempre più precoci, cresce l’attenzione verso ciò che può essere fatto anni prima, intervenendo sui fattori di rischio modificabili e intercettando quella condizione di fragilità cognitiva che può precedere la perdita di autonomia. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’Alzheimer del 21 settembre, la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT) richiama così l’attenzione su una nuova fase della gestione delle demenze, nella quale diagnosi precoce e prevenzione devono accompagnarsi a una presa in carico multidimensionale, al sostegno dei caregiver e a una maggiore integrazione tra ospedale, territorio e servizi.

Un Paese sempre più anziano

La sfida parte dai numeri. In Italia gli over 65 sono 14 milioni 821mila, pari al 25,1% della popolazione, mentre gli over 85 hanno superato i 2,5 milioni. In questo scenario demografico, le demenze rappresentano una delle principali sfide sanitarie e sociali. Sono circa 1,1 milioni le persone con demenza in Italia, alle quali si aggiungono circa 900mila persone con Mild Cognitive Impairment (MCI). A essere coinvolte sono però intere famiglie: i caregiver sono circa 4 milioni. Una dimensione che rende evidente come l’Alzheimer non possa essere affrontato soltanto come una malattia neurologica. La sua evoluzione coinvolge progressivamente autonomia, fragilità, comorbidità, terapie, relazioni familiari e organizzazione dell’assistenza. È proprio su questa complessità che la geriatria rivendica un ruolo centrale.

Dalla diagnosi alla ricerca dei segnali più precoci

Negli ultimi anni la ricerca sull’Alzheimer ha aperto nuove prospettive con gli anticorpi monoclonali anti-amiloide, sviluppati per intervenire sui meccanismi biologici della malattia riducendo i depositi di beta-amiloide. L’arrivo di queste terapie ha però portato con sé anche interrogativi importanti. I benefici clinici sono ancora contenuti, esistono possibili effetti indesiderati e il loro utilizzo richiede una selezione accurata delle persone eleggibili e un sistema di monitoraggio complesso. La ricerca sta quindi guardando sempre più alle fasi iniziali della malattia, quando il danno funzionale non è ancora evidente e l’intervento potrebbe avere maggiori possibilità di incidere sul percorso della patologia. In questo scenario si inseriscono i biomarcatori plasmatici, test effettuati attraverso un prelievo di sangue che possono contribuire a identificare i segni biologici dell’Alzheimer già nelle fasi iniziali. Il loro sviluppo potrebbe rendere più semplice individuare le persone da indirizzare verso approfondimenti diagnostici più complessi, come la PET o l’analisi del liquor cerebrospinale. Ma arrivare prima alla diagnosi significa anche interrogarsi su cosa fare prima ancora che la malattia si manifesti pienamente.

La demenza non è solo una questione di età

È qui che entra in gioco la prevenzione. La demenza non rappresenta necessariamente un destino inevitabile dell’invecchiamento. Una parte dei casi può essere prevenuta o ritardata intervenendo sui fattori di rischio modificabili nel corso della vita. La Lancet Commission on dementia prevention, intervention and care ha individuato 14 fattori di rischio: bassa scolarità, perdita dell’udito, ipertensione, fumo, obesità, depressione, inattività fisica, diabete, isolamento sociale, consumo eccessivo di alcol, trauma cranico, inquinamento atmosferico, colesterolo LDL elevato e perdita della vista non trattata. Secondo la Commissione, intervenire su questi fattori potrebbe contribuire a prevenire o ritardare fino al 45% dei casi di demenza. La prevenzione, quindi, non coincide con un singolo comportamento. Riguarda la salute cardiovascolare, l’attività fisica, il peso corporeo, il diabete, la pressione arteriosa, la salute dell’udito e della vista, ma anche le relazioni sociali e l’ambiente nel quale si vive.

“La geriatria deve essere protagonista”

È all’interno di questa trasformazione che SIGOT colloca il ruolo della geriatria. “L’Alzheimer resta una malattia complessa, ma oggi abbiamo più strumenti per riconoscere il rischio, intervenire prima e accompagnare meglio pazienti e famiglie”, sottolinea Luca Cipriani, presidente SIGOT. “La geriatria deve essere protagonista di questa nuova fase, perché la demenza riguarda autonomia, fragilità, comorbidità, farmaci, caregiver, qualità della vita e continuità assistenziale”, aggiunge. La valutazione multidimensionale geriatrica diventa, in questa prospettiva, uno strumento per affiancare alla diagnosi precoce una presa in carico tempestiva e capace di considerare non soltanto il deficit cognitivo, ma l’intera condizione della persona. “L’obiettivo è intercettare la fragilità cognitiva prima che diventi disabilità. I nuovi farmaci hanno aperto una strada, ma serve un lavoro di prevenzione, diagnosi precoce e costruzione di servizi capaci di accompagnare la persona lungo tutto il percorso”, spiega Cipriani.

Il nuovo Piano Demenze alla prova della realtà

La Giornata mondiale dell’Alzheimer arriva inoltre in una fase importante sul piano istituzionale. Il 21 settembre il Ministero della Salute presenta le prospettive verso il nuovo Piano Nazionale Demenze, insieme alla campagna nazionale di informazione. Sul fronte delle risorse, il Fondo per l’Alzheimer e le demenze 2024-2026 dispone di oltre 34 milioni di euro destinati a Regioni, Province autonome e Istituto superiore di sanità per attività progettuali, rafforzamento dei servizi, formazione, diagnosi precoce, telemedicina, teleriabilitazione e sostegno alla rete. La disponibilità di risorse e di nuove tecnologie, però, non è sufficiente se non si traduce in percorsi concreti. “Il nuovo Piano Nazionale Demenze deve essere l’occasione per trasformare le conoscenze scientifiche in percorsi realmente accessibili”, sottolinea Lorenzo Palleschi, past president SIGOT. Perché una diagnosi precoce, senza una rete capace di accogliere la persona dopo la diagnosi, rischia di rimanere soltanto un dato clinico. “La diagnosi precoce ha senso solo se dopo la diagnosi esistono presa in carico, continuità assistenziale, sostegno ai caregiver, integrazione tra Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, medicina generale, territorio, ospedale e servizi sociali”, spiega Palleschi.

Non solo la malattia, ma la persona

È questo il passaggio che la geriatria considera decisivo. La persona con demenza è spesso anche una persona anziana fragile, con più patologie, terapie multiple e bisogni che vanno ben oltre la dimensione cognitiva. “In questo percorso, la geriatria può supportare nel leggere il paziente nella sua complessità: la persona con demenza è spesso un anziano fragile, con più patologie, terapie multiple, bisogni clinici, funzionali, psicologici e sociali”, conclude Palleschi. La sfida dell’Alzheimer, dunque, si sposta sempre più indietro nel tempo: prevenire dove è possibile, riconoscere prima i segnali di rischio, individuare precocemente la malattia e, soprattutto, garantire una rete di assistenza capace di accompagnare la persona e chi se ne prende cura. Perché arrivare prima non significa soltanto diagnosticare prima. Significa anche avere già pronta, quando arriva la diagnosi, una risposta sanitaria, sociale e assistenziale all’altezza della complessità della malattia.

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