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Prevenzione 24 Aprile 2019

Tumori, il rischio aumenta se si disturba la programmazione fetale dei primi mille giorni di vita

«I primi mille giorni di vita, dal concepimento al secondo anno di età, sono decisivi per la salute del bambino e dell’adulto che diverrà. Ridurre l’esposizione materno-fetale e del neonato ai principali fattori di rischio può far diminuire notevolmente la possibilità di sviluppare gravi malattie come tumori infantili, disturbi dello spettro autistico, obesità, diabete giovanile, […]

di Isabella Faggiano

«I primi mille giorni di vita, dal concepimento al secondo anno di età, sono decisivi per la salute del bambino e dell’adulto che diverrà. Ridurre l’esposizione materno-fetale e del neonato ai principali fattori di rischio può far diminuire notevolmente la possibilità di sviluppare gravi malattie come tumori infantili, disturbi dello spettro autistico, obesità, diabete giovanile, patologie allergiche e autoimmuni». Ernesto Burgio, membro dell’European Cancer and Environment Research Institute (Eceri) di Bruxelles ne è certo: «La prevenzione deve cominciare ancor prima che una vita venga alla luce».

Ma cosa accade in questi fatidici primi mille giorni di vita? «Avviene il “fetal programming” – ha spiegato il ricercatore – la programmazione di tutti i tessuti e degli organi. Disturbare questa programmazione del “software” del Dna produce un’instabilità epigenetica e genomica che si manifesta in patologie che possono manifestarsi sia durante l’infanzia, che a distanza di 10-20 anni».

Quali solo i principali “disturbatori” di questa programmazione? «Nei primi mille giorni di vita, prima la donna gravida e poi il neonato possono essere esposti a tutta una serie di sostanze che nell’ambiente non dovrebbero esserci e che, invece, sono sempre più diffuse. Mi riferisco – ha sottolineato Ernesto Burgio – ai metalli pesanti nell’aria che respiriamo, al benzene e agli idrocarburi del traffico veicolare, ai pesticidi presenti nella catena alimentare e, in parte, sempre più chiaramente, alle radiazioni ionizzanti ed ai campi elettromagnetici».

«Oggi – ha commentato Burgio – una persona su due in Europa rischia di sviluppare un tumore. In termini assoluti, uno su 5-600 nuovi nati si ammalerà di cancro prima del compimento del quindicesimo anno. Il tumore rappresenta la prima causa di morte per malattia nei bambini con più di 12 mesi. L’oncologia pediatrica dal punto di vista diagnostico e terapeutico ha fatto dei progressi enormi, ma forme tumorali come il neuroblastoma, alcuni linfomi e i tumori cerebrali sono difficilmente curabili».

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È stato proprio l’aumento dei tumori negli ultimi 40 anni e, soprattutto, l’incremento di quelli infantili a spingere gli studiosi a cercare nuove risposte: «La vecchia teoria che il cancro sarebbe l’accumulo di mutazioni casuali del Dna non tiene più – ha spiegato il ricercatore. – Prima il cancro colpiva gli anziani, ora sempre di più i giovani e soprattutto i piccolissimi. Per questo gli studiosi degli ultimi trent’anni si sono concentrati sulla ricerca di nuove cause. Emerge sempre più chiaramente che non troviamo “errori del Dna”, ma un disturbo nella sua programmazione, avvenuto appunto nei primi mille giorni di vita».

Le patologie oncologiche, i disturbi dello spettro autistico, l’obesità, il diabete giovanile, le patologie allergiche e autoimmuni, non sono l’unico specchio di questi difetti di programmazione: «Se le coppie sempre più frequentemente devono ricorrere alla fecondazione in vitro per avere un bambino, è evidente – ha detto Burgio – che c’è qualcosa che non va».

La prematurità ne è un altro sintomo: «Colpisce il 10% dei bambini. Sono in aumento anche i cosiddetti grandi prematuri, quei bambini che nascono di 7-800 grammi: è evidente che lo sviluppo di questi neonati è alterato. Ed è chiaro che questo fenomeno è una delle tante concause dei problemi che stiamo analizzando».

Evitare che la programmazione fetale sia disturbata, tutelando la madre e la vita nascente, è dunque la nuova frontiera in materia di prevenzione: «È una scoperta importante che ci permette di vedere finalmente una via di uscita. Ridurre l’esposizione materno-fetale e neonatale a tutti i fattorie di rischi è dunque – ha concluso il ricercatore – la chiave di tutto. I primi risultati sarebbero visibili già in pochi anni».

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