Un maxi-studio svedese su quasi 2,5 milioni di persone collega sovrappeso, obesità e maggiore aumento di peso in gravidanza a un rischio cardiovascolare più elevato nella prole
Il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare potrebbe avere radici molto più precoci di quanto si pensasse, arrivando fino alla gravidanza. A suggerirlo è un grande studio di coorte svedese pubblicato il 1° settembre 2026 su JAMA Network Open, che ha seguito 2.496.335 figli nati in Svezia tra il 1982 e il 2014 per un periodo mediano di 22 anni. L’obiettivo era capire se il BMI della madre nelle prime fasi della gravidanza e l’aumento di peso durante la gestazione fossero associati al rischio cardiovascolare dei figli. Durante il follow-up sono stati registrati 22.510 casi di malattia cardiovascolare. I risultati mostrano un’associazione progressivamente più forte con l’aumentare del grado di obesità materna e anche con un maggiore aumento di peso durante la gravidanza.
Un rischio che può iniziare prima della nascita
Le malattie cardiovascolari vengono generalmente considerate problemi dell’età adulta, ma negli ultimi anni la ricerca ha mostrato che alcuni fattori di rischio possono essere presenti molto prima. Il nuovo studio porta questa prospettiva ancora più indietro, concentrandosi sull’ambiente intrauterino. I ricercatori del Karolinska Institutet e di altre istituzioni svedesi hanno utilizzato i registri sanitari nazionali per mettere in relazione le informazioni sul peso materno durante la gravidanza con le diagnosi cardiovascolari dei figli negli anni successivi. Il database ha consentito di seguire una popolazione estremamente ampia e di osservare gli esiti fino al 31 dicembre 2023.
Più aumenta il BMI materno, più cresce il rischio cardiovascolare
Rispetto ai figli di madri normopeso, quelli esposti a sovrappeso materno presentavano un rischio cardiovascolare superiore del 29%. L’associazione diventava ancora più marcata nelle diverse classi di obesità: +66% con obesità di classe 1, +116% con obesità di classe 2 e +174% con obesità di classe 3. In termini statistici, gli hazard ratio erano rispettivamente 1,29, 1,66, 2,16 e 2,74. L’aumento del rischio riguardava in particolare le malattie cardiovascolari a insorgenza precoce, un tema di crescente interesse per la sanità pubblica.
Anche aumentare troppo di peso durante la gravidanza conta
Il BMI prima e all’inizio della gravidanza non è stato però l’unico parametro considerato. I ricercatori hanno valutato anche il gestational weight gain, cioè quanto peso la donna guadagnava durante la gestazione. Un aumento di peso superiore alla fascia di riferimento era associato a un rischio cardiovascolare più elevato nei figli. L’associazione emergeva anche tra le donne che avevano un BMI normale all’inizio della gravidanza: in questo gruppo, un aumento di peso gestazionale maggiore era associato a un rischio cardiovascolare del 16% superiore nella prole.
Il dato resta anche confrontando fratelli
Un aspetto particolarmente interessante riguarda le analisi condotte tra fratelli. Questo tipo di confronto permette di ridurre il peso di alcuni fattori familiari e genetici condivisi che potrebbero altrimenti contribuire all’associazione osservata. Quando i ricercatori hanno ripetuto le analisi nella coorte di fratelli, le associazioni si sono attenuate, ma sono rimaste generalmente evidenti. Questo non dimostra che il peso materno sia la causa diretta della futura malattia cardiovascolare, ma suggerisce che genetica e ambiente familiare non sembrano spiegare completamente il risultato.
Cosa significa per la prevenzione
Il risultato porta il tema della prevenzione cardiovascolare dentro i percorsi di salute materno-infantile. Se ulteriori studi confermeranno il rapporto causale, la gestione del peso prima e durante la gravidanza potrebbe diventare anche una forma di prevenzione cardiovascolare per la generazione successiva. Questo non significa però sottoporre automaticamente ogni donna incinta a interventi dimagranti: il peso in gravidanza deve essere gestito in modo individualizzato, tenendo conto delle condizioni della madre, del BMI di partenza e delle raccomandazioni ostetriche. Il valore dello studio è soprattutto nel rafforzare l’idea che la salute cardiovascolare dei figli non debba essere considerata soltanto quando diventano adulti.
Nessun rapporto causa-effetto già dimostrato
È importante non trasformare un’associazione epidemiologica in una certezza causale. Lo studio è infatti osservazionale e basato su registri sanitari, quindi non può dimostrare che il sovrappeso o l’obesità materna provochino direttamente la futura malattia cardiovascolare. Restano possibili altri fattori biologici, ambientali e comportamentali. Gli stessi autori sottolineano quindi la necessità di ulteriori ricerche per comprendere i meccanismi attraverso i quali l’ambiente intrauterino potrebbe influenzare la salute cardiovascolare a distanza di anni.
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