In alcune condizioni sperimentali, dopo 30 giorni le concentrazioni erano fino a venti volte superiori rispetto a quelle misurate nelle sacche appena aperte. Il fenomeno potrebbe contribuire al deterioramento delle cellule, ma non sono stati dimostrati effetti clinici sulle trasfusioni.
Le tradizionali sacche in PVC utilizzate per la raccolta e la conservazione del sangue potrebbero rappresentare una fonte di contaminazione da microplastiche. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Environment & Health, che ha dimostrato come minuscole particelle di cloruro di polivinile (PVC) vengano progressivamente rilasciate dalle sacche nel sangue e nei liquidi di conservazione destinati alle trasfusioni.
I ricercatori hanno rilevato microplastiche sia nei fluidi conservanti sia nei campioni di sangue, osservando inoltre che alcune particelle aderivano direttamente alla superficie dei globuli rossi. L’accumulo aumentava sensibilmente con il passare del tempo: dopo 30 giorni di conservazione le concentrazioni risultavano da sette a venti volte superiori rispetto a quelle presenti nelle sacche appena preparate. Anche le condizioni di stoccaggio influivano sul fenomeno: temperature più elevate e le sollecitazioni meccaniche simulate durante il trasporto favorivano il rilascio di plastica. Lo studio rappresenta la prima dimostrazione diretta della contaminazione da microplastiche all’interno delle sacche per il sangue, aprendo nuovi interrogativi sulla qualità degli emoderivati destinati alle trasfusioni.
Come è stata condotta la ricerca e quali tecniche sono state utilizzate
Per verificare l’origine delle microplastiche, gli autori hanno analizzato 24 campioni anonimi di sangue residuo provenienti da sacche in PVC utilizzate per i controlli di qualità di un ospedale. Dopo aver eliminato i componenti biologici mediante digestione chimica, hanno isolato le particelle solide residue per caratterizzarle. Parallelamente hanno riempito sacche nuove con due comuni soluzioni conservanti: la CPDA (citrato-fosfato-destrosio-adenina), impiegata per il sangue intero, e la MAP (mannitolo-adenina-fosfato), utilizzata nella conservazione prolungata dei globuli rossi. Le sacche sono state sottoposte a differenti condizioni sperimentali, variando temperatura, durata della conservazione e simulando le vibrazioni del trasporto.
L’identificazione delle particelle è stata effettuata mediante spettroscopia Raman, capace di riconoscere l’impronta chimica dei materiali, e microscopia elettronica a scansione, che ha evidenziato sia i segni di deterioramento della superficie interna delle sacche sia la presenza di frammenti irregolari di PVC. Le immagini microscopiche hanno inoltre mostrato che alcune microplastiche aderivano direttamente alle membrane dei globuli rossi, suggerendo un’interazione fisica tra le particelle e le cellule ematiche. I risultati confermano che il deterioramento del materiale plastico aumenta progressivamente durante la conservazione del sangue.
Gli effetti osservati sui globuli rossi e il ruolo delle condizioni di conservazione
Lo studio ha evidenziato che la quantità di microplastiche rilasciate dipende fortemente dalle modalità di conservazione. Le sacche mantenute a temperatura ambiente liberavano un numero significativamente maggiore di particelle rispetto a quelle conservate a 4 °C, mentre le sollecitazioni meccaniche che simulavano il trasporto acceleravano ulteriormente il deterioramento del PVC. I ricercatori hanno inoltre esposto globuli rossi sani ai fluidi contenenti microplastiche per 30 giorni, osservando una progressiva riduzione dei livelli intracellulari di ATP, la principale fonte di energia necessaria per mantenere vitalità e funzionalità delle cellule. Parallelamente, una parte dei globuli rossi perdeva la caratteristica forma biconcava assumendo una morfologia appuntita, indice di alterazioni strutturali che potrebbero influenzarne il comportamento durante la trasfusione.
L’ultrafiltrazione riduce la contaminazione da microplastiche
Tra gli aspetti più promettenti dello studio figura l’impiego dell’ultrafiltrazione dei liquidi di conservazione prima del loro utilizzo. Facendo passare le soluzioni attraverso filtri ad altissima capacità di separazione, i ricercatori sono riusciti a eliminare dal 78% all’85% delle microplastiche presenti. In queste condizioni i globuli rossi hanno mantenuto livelli energetici più elevati e una forma cellulare sostanzialmente normale, suggerendo che la rimozione delle particelle possa contribuire a preservare meglio la qualità del sangue conservato.
Un problema emergente che richiede ulteriori studi
Le microplastiche sono ormai state individuate in numerosi tessuti e organi umani, tra cui polmoni, fegato, placenta, sangue e vasi sanguigni, oltre che in diversi dispositivi medici monouso come siringhe, set per infusioni, sacche per flebo e tubi per dialisi. Le sacche per il sangue rappresentavano però un tassello ancora poco esplorato. Questo lavoro fornisce la prima dimostrazione diretta che il PVC impiegato per la conservazione degli emoderivati può degradarsi rilasciando particelle che entrano in contatto con i globuli rossi e ne alterano alcune caratteristiche biologiche.
Gli autori sottolineano tuttavia che lo studio non dimostra effetti clinici sulle trasfusioni nei pazienti e che saranno necessari studi più ampi, condotti su unità complete di sangue provenienti da diversi produttori e conservate in differenti condizioni, per comprendere la reale portata del fenomeno. Parallelamente, strategie come l’ultrafiltrazione o lo sviluppo di materiali alternativi potrebbero rappresentare importanti soluzioni per ridurre l’esposizione alle microplastiche e migliorare ulteriormente la sicurezza della medicina trasfusionale.
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