Salute 4 Agosto 2026 16:30

Autolesionismo, gli algoritmi dei social espongono gli adolescenti ai contenuti più sensibili

Lo studio pubblicato su Nature Mental Health rivela che quasi tre adolescenti su quattro esposti a contenuti sull'autolesionismo li incontrano passivamente nei feed. Gli esperti chiedono algoritmi più sicuri e tutele per i minori.

di Arnaldo Iodice
Autolesionismo, gli algoritmi dei social espongono gli adolescenti ai contenuti più sensibili

Gli algoritmi dei social media potrebbero esporre un numero elevato di adolescenti a contenuti legati all’autolesionismo, anche quando questi non vengono cercati attivamente. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Oxford pubblicato sulla rivista Nature Mental Health, che ha analizzato i dati dell’OxWell Student Survey, una delle più ampie indagini sul benessere psicologico dei giovani.

I ricercatori hanno esaminato le risposte di oltre 32.000 studenti inglesi tra gli 11 e i 18 anni raccolte all’inizio del 2025, chiedendo se nell’ultimo mese si fossero imbattuti in contenuti riguardanti l’autolesionismo, con quale frequenza e attraverso quali modalità. I risultati mostrano che il 34,5% degli adolescenti ha visualizzato questo tipo di materiale almeno una volta nel mese precedente. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, i ragazzi non lo avevano cercato deliberatamente: i contenuti erano comparsi spontaneamente nei loro feed, suggeriti dagli algoritmi delle piattaforme.

Gli algoritmi sono la principale via di esposizione

Per comprendere meglio il fenomeno, gli autori hanno distinto cinque diverse modalità attraverso cui gli adolescenti possono entrare in contatto con contenuti relativi all’autolesionismo: esposizione esclusivamente passiva, ricerca attiva, ricezione attiva da parte di altre persone, esposizione mista e altre modalità.

La forma più frequente è risultata quella passiva, cioè la comparsa dei contenuti direttamente nel feed senza che l’utente li avesse richiesti. Ben il 72,9% dei giovani esposti ha dichiarato di non aver mai cercato volontariamente questi materiali, ma di averli visualizzati perché proposti automaticamente dalle piattaforme.

L’esposizione mista, che combina ricerca personale, condivisioni ricevute e suggerimenti algoritmici, ha interessato il 12,1% dei partecipanti. Molto meno comuni sono risultate invece la ricerca intenzionale, la ricezione esclusiva da altri utenti o altre forme di accesso. Analizzando i singoli percorsi, i ricercatori hanno inoltre osservato che circa due terzi degli adolescenti che avevano visto contenuti sull’autolesionismo li avevano trovati attraverso le raccomandazioni automatiche del feed, mentre soltanto il 7,5% aveva dichiarato di averli cercati spontaneamente. Questo suggerisce che gli algoritmi rappresentano oggi il principale meccanismo di esposizione.

Il legame con il benessere psicologico degli adolescenti

Lo studio non si è limitato a quantificare l’esposizione, ma ha anche analizzato le condizioni psicologiche dei partecipanti.

Attraverso il questionario OxWell, i ricercatori hanno raccolto informazioni su ansia, sintomi depressivi, solitudine, esperienze negative online e altri indicatori di benessere psicosociale. I risultati mostrano che tutti i gruppi di adolescenti esposti a contenuti sull’autolesionismo presentavano livelli mediamente più elevati di disagio rispetto ai coetanei che non avevano incontrato questi materiali. L’associazione è emersa indipendentemente dalla modalità di esposizione: anche chi aveva visto tali contenuti esclusivamente perché suggeriti dagli algoritmi riportava punteggi più alti per ansia, depressione e senso di isolamento. Gli autori invitano tuttavia alla prudenza nell’interpretazione dei dati.

Trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire un rapporto di causa-effetto. I risultati non dimostrano che la semplice visualizzazione di questi contenuti provochi un peggioramento della salute mentale. È infatti possibile che i ragazzi già più vulnerabili, o che stanno vivendo difficoltà emotive, abbiano maggiori probabilità di imbattersi in questo tipo di materiale o di soffermarsi su di esso. Secondo la prima autrice Holly Bear, il dato più significativo è che la vulnerabilità è risultata presente in tutti i percorsi di esposizione, compreso quello passivo. Questo indica che il problema non riguarda esclusivamente gli adolescenti che cercano intenzionalmente contenuti sull’autolesionismo, ma coinvolge anche giovani che possono esservi esposti senza alcuna iniziativa personale.

Una sfida per piattaforme e istituzioni

Le conclusioni dello studio chiamano direttamente in causa le piattaforme digitali e i loro sistemi di raccomandazione. Gli algoritmi, progettati per massimizzare il coinvolgimento degli utenti, potrebbero infatti non valutare adeguatamente i potenziali rischi psicologici derivanti dalla diffusione di contenuti sensibili tra i minori. Per i ricercatori, questo rappresenta un’importante criticità nella progettazione dei sistemi di raccomandazione, che dovrebbero integrare strumenti più efficaci per identificare e limitare la circolazione di materiali potenzialmente dannosi. Allo stesso tempo, i risultati forniscono elementi utili ai decisori politici chiamati a definire regole più stringenti per la tutela dei giovani negli ambienti digitali.

Verso social media più sicuri per i minori

Gli autori ritengono che i risultati possano orientare sia la ricerca futura sia lo sviluppo di nuove strategie di prevenzione. Un obiettivo prioritario sarà comprendere con maggiore precisione come gli algoritmi selezionano e propongono contenuti sensibili agli utenti più giovani e individuare eventuali fattori che aumentano il rischio di esposizione involontaria. Parallelamente, le piattaforme potrebbero essere spinte a sviluppare sistemi di raccomandazione capaci di riconoscere precocemente contenuti collegati all’autolesionismo e ridurne la diffusione tra gli adolescenti, soprattutto quando non esiste alcuna ricerca intenzionale da parte dell’utente.

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