La rara malattia genetica che rende ossa e denti fragili è spesso sottodiagnosticata. Lo studio evidenzia ritardi diagnostici, scarso accesso agli specialisti e un utilizzo quasi nullo della terapia enzimatica sostitutiva.
Le malattie rare delle ossa continuano a essere sottodiagnosticate e, spesso, non trattate adeguatamente, costringendo molti pazienti a convivere per anni con dolore cronico e limitazioni funzionali. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Frontiers in Endocrinology, che ha analizzato la diffusione e le manifestazioni cliniche dell’ipofosfatasia (HPP) nell’Europa centrale e orientale. L’HPP è una rara patologia genetica causata da mutazioni del gene ALPL, responsabile della produzione della fosfatasi alcalina tissutale non specifica (TNSALP), un enzima fondamentale per la corretta mineralizzazione di ossa e denti.
I ricercatori hanno esaminato retrospettivamente le cartelle cliniche di 34 pazienti provenienti da Slovacchia, Austria, Slovenia, Lettonia e Ungheria, tutti con diagnosi confermata sia clinicamente sia geneticamente. I risultati mostrano un pesante impatto della malattia sulla qualità della vita: oltre il 70% dei partecipanti riferiva dolore osseo e muscolare persistente e, nonostante la disponibilità di una terapia specifica, soltanto un paziente era in trattamento con asfotase alfa.
Dalla fragilità ossea alle complicanze sistemiche
L’ipofosfatasia è una patologia ereditaria caratterizzata da un difetto della mineralizzazione di ossa e denti. A oggi sono state identificate oltre 450 varianti patogene del gene ALPL, motivo per cui la malattia può presentarsi con gravità molto variabile: da forme relativamente lievi fino a quadri potenzialmente fatali nei neonati. Lo studio conferma questa eterogeneità clinica. Nei pazienti con esordio infantile erano più frequenti deformità scheletriche, fratture ricorrenti e perdita precoce dei denti da latte, mentre chi sviluppava la malattia in età adulta presentava soprattutto dolore muscoloscheletrico cronico e disturbi articolari persistenti.
Complessivamente, il 44% dei pazienti aveva riportato almeno una frattura, il 26% una perdita precoce dei denti e il 18% deformità ossee. Le manifestazioni, tuttavia, non si limitavano allo scheletro: quasi il 30% soffriva di complicanze respiratorie, comprese polmoniti ricorrenti, mentre oltre il 10% aveva sviluppato calcoli renali o nefrocalcinosi. Questi dati confermano come l’HPP sia una malattia multisistemica, capace di compromettere in modo significativo la salute e l’autonomia dei pazienti.
Diagnosi difficili e terapie ancora poco utilizzate
Uno degli aspetti più critici emersi dall’indagine riguarda il ritardo diagnostico e il limitato accesso alle cure. Ben il 97% dei pazienti presentava bassi livelli di fosfatasi alcalina (ALP), il principale indicatore biochimico dell’ipofosfatasia, ma questo segnale viene ancora spesso sottovalutato nella pratica clinica. Il risultato è che molti pazienti ricevono una diagnosi tardiva o errata e non accedono all’unica terapia specifica oggi approvata, l’asfotase alfa, una terapia enzimatica sostitutiva capace di correggere il deficit della TNSALP. Nel campione analizzato, infatti, soltanto un paziente risultava in trattamento con questo farmaco.
Colmare il divario nell’assistenza alle malattie rare
Secondo gli autori, lo studio mette in evidenza una significativa disomogeneità nell’assistenza ai pazienti con ipofosfatasia nei Paesi dell’Europa centrale e orientale. La rarità della patologia, la scarsa familiarità dei medici con i suoi segni clinici e la limitata disponibilità di centri specializzati contribuiscono a ritardi diagnostici che possono protrarsi per anni. Questo significa convivere a lungo con dolore cronico, fratture ricorrenti, problemi dentari e complicanze che potrebbero essere gestite in modo più efficace attraverso una presa in carico tempestiva.
Gli autori sottolineano l’importanza di aumentare la consapevolezza della malattia tra i professionisti sanitari, soprattutto di fronte a valori persistentemente bassi di fosfatasi alcalina, che dovrebbero sempre indurre ad approfondimenti diagnostici. Parallelamente, ritengono necessario migliorare l’accesso ai test genetici, rafforzare le reti dedicate alle malattie rare e garantire una maggiore disponibilità delle terapie mirate. Sebbene il numero di pazienti analizzati sia limitato, come spesso accade negli studi sulle malattie rare, i risultati delineano un quadro coerente di un’importante quota di bisogni assistenziali ancora insoddisfatti. Per i ricercatori, riconoscere precocemente l’ipofosfatasia significa non solo ridurre il rischio di complicanze irreversibili, ma anche offrire ai pazienti la possibilità di migliorare concretamente la qualità della vita attraverso trattamenti appropriati e un follow-up multidisciplinare.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato