Uno studio pubblicato sull'European Journal of Cancer Prevention analizza le esperienze delle ricercatrici italiane più autorevoli in ambito biomedico. Nonostante carriere di eccellenza, il 91% segnala difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata
Raggiungere i vertici della ricerca scientifica non basta a superare le disuguaglianze di genere. Anche tra le scienziate italiane con il maggiore impatto scientifico internazionale persistono difficoltà nell’accesso ai ruoli di leadership, nella progressione di carriera e nella conciliazione tra vita professionale e responsabilità familiari. È quanto emerge da uno studio pubblicato sull’European Journal of Cancer Prevention, promosso da Fondazione Onda ETS e realizzato dal Club Top Italian Women Scientists (TIWS), che fotografa le esperienze di un gruppo di ricercatrici di altissimo profilo scientifico.
Lo studio: focus sulle ricercatrici più autorevoli
L’indagine ha coinvolto 82 ricercatrici senior selezionate tra le 100 invitate a partecipare. Tutte appartengono al Club Top Italian Women Scientists e hanno un h-index pari o superiore a 60, indice bibliometrico che misura produttività e impatto scientifico attraverso il numero di pubblicazioni e citazioni ricevute. Le partecipanti vantano in media 32 anni di carriera e operano prevalentemente nelle università e negli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), in discipline come oncologia, genetica, immunologia, neuroscienze, farmacologia ed epidemiologia. L’obiettivo dello studio era comprendere se il raggiungimento di una carriera scientifica di eccellenza fosse sufficiente ad annullare le disuguaglianze di genere. La risposta, secondo gli autori, è negativa.
Il doppio carico tra ricerca e responsabilità familiari
Uno degli aspetti più rilevanti emersi riguarda la difficoltà di conciliare carriera e vita privata. Il 91% delle partecipanti riferisce di aver incontrato problemi nel bilanciare gli impegni professionali con quelli familiari. Tra le ricercatrici con figli, circa nove su dieci dichiarano di aver sperimentato difficoltà da moderate a gravi nel conciliare la maternità con la carriera accademica. Per molte, la nascita dei figli coincide con una fase decisiva della crescita professionale, nella quale è necessario pubblicare articoli, ottenere finanziamenti competitivi, costruire collaborazioni internazionali e competere per posizioni permanenti. Le responsabilità di cura, però, non riguardano solo i figli. Il 72% delle intervistate riferisce di aver assistito anche altri familiari, come genitori anziani, coniugi o parenti con problemi di salute. Gli autori parlano di un vero e proprio “doppio carico”, determinato dalla somma delle responsabilità familiari e delle richieste sempre più impegnative della ricerca scientifica. A pesare è anche l’organizzazione del lavoro: il 56% delle ricercatrici dichiara di non riuscire a disconnettersi completamente dagli impegni professionali, mentre la stessa percentuale lamenta di avere poco tempo da dedicare a sé stessa.
Oltre una ricercatrice su tre ha pensato di lasciare la ricerca
Le difficoltà si riflettono anche sulla motivazione professionale. Il 37% delle partecipanti afferma di aver preso in considerazione, almeno una volta durante la carriera, l’idea di lasciare la ricerca biomedica o di trasferirsi in un’altra organizzazione. Tra le cause indicate figurano il carico di lavoro, le responsabilità familiari, le difficoltà nella progressione di carriera e gli ostacoli legati al genere. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, le ricercatrici hanno scelto di proseguire il proprio percorso accademico.
Il “soffitto di cristallo” resiste
Il dato più significativo riguarda la percezione delle discriminazioni di genere. L’89% delle intervistate dichiara di aver incontrato almeno un ostacolo legato al genere nel corso della propria carriera. Solo il 17% si considera soddisfatta dell’attuale livello di parità e inclusività nella ricerca medica.
Nel dettaglio:
Secondo gli autori, questi risultati descrivono la persistenza del cosiddetto “soffitto di cristallo”, quell’insieme di barriere, spesso invisibili, che limita l’accesso delle donne alle posizioni apicali pur in presenza di competenze e risultati scientifici comparabili a quelli dei colleghi uomini.
“Il problema non è il talento delle donne, ma il contesto”
A rendere ancora più significativo il quadro emerso è il profilo delle partecipanti. Non si tratta di ricercatrici rimaste ai margini della carriera accademica, ma di donne che hanno raggiunto risultati scientifici di rilievo internazionale. “Il dato più significativo è che a raccontare questi ostacoli non sono donne rimaste ai margini della ricerca, ma scienziate che hanno raggiunto risultati importanti”, osserva Adriana Albini, co-presidente del Club Top Italian Women Scientists di Fondazione Onda, scientific advisor della Direzione scientifica dell’Istituto europeo di oncologia (IEO) e coautrice dello studio insieme a Sonia Levi, co-presidente del Club TIWS e preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele. “Significa che il problema non riguarda le capacità, la preparazione o la determinazione delle donne, ma il contesto nel quale devono costruire la propria carriera. Il successo individuale non può diventare un alibi per non intervenire sulle barriere strutturali, culturali e organizzative ancora presenti”.
Le priorità per rendere la ricerca più equa
Alle partecipanti è stato chiesto anche quali interventi ritengano prioritari per favorire una maggiore equità nel sistema della ricerca.
Le richieste più frequenti sono:
Il 74% considera inoltre fondamentale aumentare la presenza femminile nei luoghi in cui vengono assunte le decisioni strategiche, come organismi direttivi, commissioni e comitati scientifici. “Questi risultati confermano che la piena valorizzazione del talento femminile richiede un cambiamento sistemico – afferma Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda ETS -. Servono criteri di selezione e promozione trasparenti, modelli organizzativi sostenibili, supporto alla genitorialità e al caregiving, programmi di mentoring e una maggiore presenza delle donne nei luoghi in cui si assumono le decisioni. Non è soltanto una questione di equità: una ricerca più inclusiva è una ricerca capace di integrare prospettive diverse, innovare e rispondere meglio ai bisogni di salute”.
Non solo una questione di equità
Nella discussione gli autori sottolineano come il problema non riguardi soltanto l’Italia, ma rappresenti una criticità condivisa anche da altri sistemi di ricerca. In molti Paesi, infatti, la presenza femminile è ormai consistente nelle prime fasi della carriera accademica, ma diminuisce progressivamente ai livelli più elevati della gerarchia scientifica. Secondo i ricercatori, il successo individuale non è sufficiente a superare le barriere strutturali ancora presenti. Servono quindi interventi che vadano oltre il sostegno alle singole ricercatrici, puntando su criteri di selezione più trasparenti, programmi di mentoring, politiche a favore della genitorialità e del caregiving e una maggiore rappresentanza femminile nei ruoli decisionali.
Dal Manifesto alle evidenze scientifiche
Secondo gli autori, investire nella valorizzazione del talento femminile non rappresenta soltanto una questione di equità, ma anche un’opportunità per migliorare la qualità della ricerca e dell’innovazione. Tra i firmatari dello studio figurano anche Giovanni Corso, presidente della European Cancer Prevention Organization, Eva Negri, Delia Goletti, Sara Gandini ed Elisabetta Veresi. Lo studio traduce in evidenze scientifiche il percorso avviato dal Club Top Italian Women Scientists con il Manifesto per la ricerca biomedica delle donne, che individua dieci azioni per contrastare i bias di genere, superare stereotipi e discriminazioni, valorizzare la leadership femminile, sostenere le giovani ricercatrici e promuovere un equilibrio più sostenibile tra vita professionale e personale. Nato nel 2016, il Club TIWS di Fondazione Onda ETS riunisce oggi oltre cento scienziate italiane con un h-index pari o superiore a 60 e punta non solo a dare visibilità all’eccellenza femminile, ma anche a favorire un modello di ricerca più equo, inclusivo e orientato al futuro.
I limiti dello studio
Gli autori sottolineano che lo studio presenta alcuni limiti. Il campione comprende esclusivamente ricercatrici italiane con h-index =60 e, pertanto, i risultati non possono essere estesi a tutte le donne impegnate nella ricerca biomedica. Inoltre, trattandosi di un’indagine osservazionale basata sulle esperienze riportate dalle partecipanti, non è possibile stabilire un rapporto di causa-effetto tra gli ostacoli descritti e gli esiti della carriera. Nonostante ciò, secondo i ricercatori, il lavoro offre una fotografia inedita delle esperienze delle scienziate italiane ai massimi livelli della ricerca e rappresenta un punto di partenza per sviluppare strategie capaci di rendere il sistema della ricerca più inclusivo, sostenibile e meritocratico.
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