Salute 23 Luglio 2026 09:31

SuperAger, la memoria eccezionale dopo gli 80 anni non dipende solo dai geni

Analizzando DNA e punteggi di rischio genetico, gli scienziati hanno scoperto che la straordinaria memoria dei SuperAger non è spiegata dall'ereditarietà. L'obiettivo ora è individuare i veri fattori protettivi.

di Arnaldo Iodice
SuperAger, la memoria eccezionale dopo gli 80 anni non dipende solo dai geni

Avere una memoria straordinaria anche dopo gli 80 anni non dipende semplicemente da un rischio genetico più basso di sviluppare la malattia di Alzheimer. È questa la conclusione di un nuovo studio pubblicato sulla rivista Alzheimer’s Research & Therapy, condotto dai ricercatori dell’Healthy Aging & Alzheimer’s Research Care (HAARC) Center dell’Università di Chicago e del Translational Genomics Research Institute (TGen).

Gli studiosi hanno analizzato 142 SuperAger (anziani con capacità mnemoniche paragonabili o superiori a quelle di persone di 50-60 anni) confrontandoli con 89 coetanei con prestazioni cognitive nella norma, provenienti da cinque centri di ricerca tra Stati Uniti e Canada. Attraverso l’analisi del DNA ottenuto da campioni di sangue, il team ha valutato sia il gene APOE, principale fattore genetico associato all’Alzheimer, sia tre differenti punteggi di rischio poligenico che integrano migliaia di varianti genetiche legate alla malattia. I risultati hanno mostrato che i SuperAger non presentano un profilo genetico significativamente diverso rispetto agli altri anziani.

Perché i risultati cambiano la prospettiva sull’invecchiamento cognitivo

Lo studio nasce da un interrogativo che accompagna la ricerca sui SuperAger da quasi vent’anni. Da quando il concetto è stato definito nel 2008 dalla neuroscienziata Emily Rogalski, numerosi studi hanno evidenziato in queste persone caratteristiche anatomiche, biologiche e psicosociali peculiari. Rimaneva però da chiarire se tali capacità fossero semplicemente il risultato di un’eredità genetica particolarmente favorevole. Se così fosse stato, identificare i SuperAger sarebbe stato relativamente semplice attraverso un test genetico, senza ricorrere a lunghe valutazioni neuropsicologiche. I nuovi dati smentiscono questa ipotesi.

Non solo il gene APOE non differisce tra SuperAger e controlli, ma anche i punteggi di rischio poligenico risultano sostanzialmente sovrapponibili. I ricercatori hanno inoltre esaminato alcune rare varianti genetiche considerate protettive nei confronti dell’Alzheimer, senza trovare una maggiore frequenza nei soggetti con memoria eccezionale. Secondo gli autori, questi risultati dimostrano che mantenere una funzione cognitiva eccellente in età avanzata non equivale semplicemente a essere geneticamente meno predisposti alla demenza.

Come sottolinea Ana Capuano, co-prima autrice dello studio, preservare la salute cognitiva richiede qualcosa di più della sola riduzione del rischio di Alzheimer. Esistono probabilmente fattori protettivi specifici che favoriscono il mantenimento della memoria e che devono ancora essere identificati.

La ricerca guarda oltre il DNA

Per comprendere davvero perché alcuni anziani conservino una memoria tanto efficiente, gli studiosi ritengono necessario ampliare il campo d’indagine. Le future ricerche integreranno valutazioni cognitive approfondite con neuroimaging, biomarcatori ematici, analisi genetiche più estese, studi neuropatologici, profilazione immunitaria, monitoraggio del sonno e dell’attività fisica, oltre a fattori sociali, ambientali e legati allo stile di vita. L’obiettivo è individuare i meccanismi biologici e comportamentali che rendono possibile un invecchiamento cognitivo di successo.

Un messaggio positivo per la prevenzione della salute del cervello

Lo studio offre anche un importante messaggio di ottimismo. Se la memoria eccezionale dei SuperAger non dipende esclusivamente dal patrimonio genetico, significa che esistono altri elementi modificabili o comunque influenzabili che possono contribuire a preservare le funzioni cognitive nel corso della vita. Secondo Matt Huentelman, coautore senior della ricerca, è necessario superare i modelli centrati unicamente sul rischio di malattia e concentrarsi anche sui processi biologici, ambientali ed esperienziali che favoriscono la resilienza del cervello. Ignazio S. Piras sottolinea inoltre una distinzione fondamentale: non avere fattori di rischio non significa automaticamente possedere fattori protettivi. Comprendere questi ultimi potrebbe aprire la strada a strategie preventive più efficaci e personalizzate, capaci di sostenere la salute cerebrale ben prima della comparsa di eventuali sintomi. I SuperAger rappresentano quindi un modello prezioso non solo per capire come prevenire l’Alzheimer, ma soprattutto per comprendere come il cervello possa continuare a funzionare in modo eccellente anche in età molto avanzata. I ricercatori continueranno a seguire questa popolazione attraverso studi multidisciplinari, nella speranza di identificare nuovi bersagli per interventi preventivi e terapeutici.

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