Presentato al Forum FENS 2026 uno studio che identifica nel LEAP2 un possibile biomarcatore dell'anoressia nervosa. Un test del sangue potrebbe aiutare a individuare i pazienti più esposti alle recidive
Un semplice prelievo di sangue potrebbe, in futuro, aiutare a individuare le persone con anoressia nervosa più esposte al rischio di ricaduta. È la prospettiva aperta da uno studio presentato al Forum 2026 della Federazione delle Società Europee di Neuroscienze (FENS), che ha identificato nell’ormone LEAP2 un possibile biomarcatore della malattia e un nuovo tassello per comprendere i meccanismi biologici che sostengono uno dei disturbi psichiatrici più complessi e letali. La ricerca, coordinata da Virginie Tolle, neuroscienziata dell’INSERM e dell’Istituto di Psichiatria e Neuroscienze di Parigi, mostra che le persone con anoressia nervosa presentano, nella fase acuta della malattia, livelli significativamente più elevati di LEAP2. Non solo: le pazienti con le concentrazioni più alte dell’ormone sono risultate anche quelle con una maggiore probabilità di andare incontro a una ricaduta dopo il trattamento.
Perché questa scoperta è importante
L’anoressia nervosa è il disturbo psichiatrico con il più alto tasso di mortalità. Nonostante i progressi nella presa in carico multidisciplinare, non esistono ancora farmaci specifici in grado di modificarne il decorso e le ricadute rappresentano uno dei principali ostacoli alla guarigione. Una metanalisi internazionale stima che interessino tra il 25 e il 38% dei pazienti entro un anno dalla dimissione, percentuale che nella pratica clinica può arrivare fino al 40%. “Negli ultimi dieci anni abbiamo raccolto prove sempre più solide del fatto che l’anoressia nervosa non sia soltanto una patologia psichiatrica, ma anche un disturbo con una componente metabolica”, spiega Virginie Tolle. È proprio in questa nuova chiave di lettura che si inserisce il ruolo di LEAP2.
Cos’è il LEAP2
LEAP2 (Liver-Expressed Antimicrobial Peptide 2) è una molecola prodotta principalmente dal fegato e dall’intestino. In condizioni normali agisce come antagonista naturale della grelina, il cosiddetto ormone della fame: se quest’ultima invia al cervello il segnale che stimola l’assunzione di cibo, LEAP2 ne limita l’azione, contribuendo a mantenere l’equilibrio energetico dell’organismo. Nelle persone con anoressia nervosa, però, questo sistema sembra funzionare diversamente. Lo studio ha coinvolto 30 donne, di età compresa tra 18 e 60 anni, ricoverate presso il centro specializzato per i disturbi alimentari dell’Ospedale Sainte-Anne di Parigi e sottoposte a un programma di rialimentazione della durata di quattro mesi. Analizzando i campioni di sangue raccolti all’ingresso, alla dimissione e sei mesi dopo il trattamento, i ricercatori hanno osservato che nella fase acuta della malattia i livelli di LEAP2 erano circa il 20% più elevati rispetto a quelli registrati dopo il recupero nutrizionale. Le concentrazioni più alte sono state rilevate nelle pazienti che hanno successivamente manifestato una ricaduta. Se confermati in studi più ampi, questi risultati suggeriscono che il dosaggio di LEAP2 potrebbe diventare uno strumento per identificare precocemente i pazienti che necessitano di un monitoraggio più intenso e di percorsi terapeutici personalizzati.
Il dialogo tra metabolismo e cervello
L’aspetto forse più innovativo della ricerca riguarda il rapporto tra metabolismo e funzionamento cerebrale. Secondo gli autori, LEAP2 non influenzerebbe soltanto il senso della fame, ma potrebbe modulare anche i circuiti cerebrali coinvolti nella ricompensa, nella capacità decisionale e nel controllo cognitivo, contribuendo a spiegare perché alcune persone riescano a mantenere una severa restrizione alimentare per mesi o addirittura anni. L’ormone sembrerebbe inoltre partecipare alla regolazione della glicemia e a quella che i ricercatori definiscono una sorta di “tolleranza metabolica” alla malnutrizione, ossia la capacità dell’organismo di adattarsi a un apporto calorico estremamente ridotto. “Questi segnali metabolici, che normalmente regolano la fame, sembrano adattarsi in modo diverso nell’anoressia nervosa e influenzano anche il cervello e i processi decisionali”, osserva Tolle.
Il controllo degli impulsi
Per comprendere meglio il legame tra metabolismo e comportamento alimentare, i ricercatori hanno valutato anche il controllo degli impulsi. Le partecipanti hanno compilato questionari specifici e i risultati sono stati confrontati con i livelli di grelina e LEAP2. È emerso che il rapporto tra i due ormoni era associato alla capacità di regolare gli impulsi nelle pazienti che avevano mantenuto il recupero del peso. Secondo gli autori, metabolismo e cervello non rappresentano due aspetti separati della malattia, ma dialogano continuamente. Comprendere questo dialogo potrebbe cambiare il modo in cui l’anoressia nervosa viene diagnosticata e trattata. “LEAP2 rappresenta un potenziale bersaglio per nuove strategie terapeutiche e un possibile biomarcatore di ricaduta – sottolinea Tolle -. In futuro potrebbe consentire di monitorare i pazienti e adattare il trattamento in base al rischio individuale”. Anche Christina Dalla, della National and Kapodistrian University di Atene e presidente del Comitato comunicazione del Forum FENS, evidenzia come questa ricerca contribuisca a chiarire il ruolo delle alterazioni metaboliche nel modificare il sistema cerebrale della ricompensa e, di conseguenza, il comportamento alimentare.
I limiti dello studio
Gli stessi ricercatori invitano però alla prudenza. Lo studio ha coinvolto soltanto 30 pazienti e sarà necessario confermare i risultati in gruppi più numerosi e con un follow-up più lungo. Inoltre, i dati dimostrano un’associazione tra livelli di LEAP2, controllo degli impulsi e rischio di ricaduta, ma non consentono ancora di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. Serviranno ulteriori studi per verificare se intervenire su questo ormone potrà tradursi in nuove terapie per una patologia che continua a rappresentare una delle principali sfide della psichiatria e della medicina metabolica.
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