Salute 25 Giugno 2026 11:15

Social vietati agli under 16: “La legge da sola non basta, l’85% degli adolescenti la raggira”

Lo dimostra uno studio australiano su oltre 400 adolescenti. Per gli esperti il problema non è tanto la norma quanto la difficoltà di applicarla: molti ragazzi aggirano facilmente i controlli sull'età

di Isabella Faggiano
Social vietati agli under 16: “La legge da sola non basta, l’85% degli adolescenti la raggira”

Vietare per legge l’accesso ai social network ai minori di 16 anni è sufficiente a ridurne l’utilizzo? La prima valutazione dell’esperienza australiana suggerisce che la risposta, almeno nell’immediato, sia più complessa del previsto. Uno studio pubblicato sul BMJ, accompagnato da un editoriale che ne analizza i risultati, mostra che nei tre mesi successivi all’entrata in vigore della normativa australiana non si è osservata una riduzione significativa dell’uso dei social media tra gli under 16. Ma gli stessi autori invitano a non interpretare questi dati come una bocciatura della legge. Il vero nodo, spiegano, potrebbe essere la sua attuazione.

Oltre l’85% continua a usare i social

L’Australia è stato il primo Paese al mondo a introdurre una normativa nazionale che impone alle principali piattaforme – tra cui TikTok, Instagram, Facebook, X, Snapchat e YouTube – di impedire ai minori di 16 anni di aprire un account. Per valutare i primi effetti della misura, i ricercatori hanno seguito 408 adolescenti tra i 12 e i 17 anni, intervistandoli poco prima dell’entrata in vigore della legge e nuovamente tre mesi dopo. I risultati mostrano che oltre l’85% dei ragazzi sotto i 16 anni continuava a utilizzare le piattaforme soggette al divieto, nella maggior parte dei casi attraverso il proprio account personale. Tra i ragazzi che utilizzavano ancora i social, circa due terzi hanno riferito di essersi imbattuti nei sistemi di verifica dell’età predisposti dalle piattaforme. I controlli consistevano soprattutto nell’autodichiarazione della data di nascita oppure nel caricamento di un selfie. Molti adolescenti hanno però dichiarato di essere riusciti ad aggirare le restrizioni, ad esempio creando account con un’età falsa o utilizzando la navigazione in incognito.

Il problema è l’applicazione della legge

È proprio questo il punto su cui si concentra l’editoriale pubblicato insieme allo studio. Secondo Amrit Kaur Purba, ricercatrice della London School of Hygiene & Tropical Medicine, la domanda non dovrebbe essere se la politica abbia funzionato oppure no, ma se sia stata applicata in modo sufficientemente efficace da consentire una valutazione attendibile dei suoi effetti. Una parte consistente degli adolescenti, infatti, ha continuato ad accedere ai social senza particolari difficoltà e circa un terzo dei partecipanti ha riferito di non aver nemmeno incontrato sistemi di verifica dell’età sulle piattaforme interessate dalla normativa. Per l’autrice dell’editoriale questo suggerisce che la legge sia stata implementata solo parzialmente. Se i meccanismi di verifica dell’età non funzionano in modo affidabile, diventa difficile stabilire se sia la politica a essere inefficace oppure se siano le modalità di applicazione a impedirne il successo.

La sola legislazione potrebbe non bastare

L’esperienza australiana, osserva l’editoriale, evidenzia un principio già noto in altri ambiti della sanità pubblica, come il controllo del tabacco o la regolamentazione del gioco d’azzardo: una legge può produrre effetti solo se viene applicata in modo rigoroso. Nel caso dei social media, affidarsi prevalentemente all’età autodichiarata lascia ampi margini per eludere i controlli. Per questo motivo i Paesi che stanno introducendo normative analoghe, come il Regno Unito, dovranno accompagnare i divieti con sistemi di verifica dell’età più efficaci fin dall’inizio. “L’esperienza australiana dimostra che legiferare una restrizione non equivale a farla rispettare”, scrive Purba. “L’attuazione potrebbe contare quanto la legislazione stessa”.

Servono studi più lunghi

Gli stessi autori dello studio invitano alla prudenza. Il lavoro ha coinvolto un numero limitato di partecipanti, provenienti da un solo Stato australiano, e si basa su informazioni auto-riferite. Inoltre il periodo di osservazione è stato di appena tre mesi, probabilmente troppo breve per cogliere eventuali effetti più duraturi. L’editoriale sottolinea anche che le future ricerche dovranno valutare non solo il tempo trascorso sui social e gli effetti sulla salute mentale, ma anche possibili conseguenze indirette. Alcuni adolescenti, ad esempio, potrebbero semplicemente spostarsi verso altre piattaforme o applicazioni di messaggistica, con il rischio che i comportamenti cambino senza ridurre realmente l’esposizione ai potenziali rischi. Per gli esperti, quindi, il dibattito non dovrebbe concentrarsi soltanto sull’opportunità di vietare i social ai minori, ma soprattutto su come rendere realmente efficaci le misure di protezione e su come valutarne gli effetti nel lungo periodo.

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