Salute 11 Giugno 2026 14:28

Il cervello lavora anche da fermo: studio italiano svela l’effetto della postura

Stare in piedi, seduti o sdraiati non è indifferente per il cervello. Una ricerca condotta su 20 giovani adulti mostra che la posizione del corpo modifica l’attività cerebrale anche a riposo, aprendo nuove prospettive per riabilitazione neurologica, disturbi dell’equilibrio e controllo motorio.

di Viviana Franzellitti
Il cervello lavora anche da fermo: studio italiano svela l’effetto della postura

Quando pensiamo all’attività cerebrale immaginiamo il cervello impegnato durante il movimento, il ragionamento o l’elaborazione di informazioni. Ma anche nei momenti di apparente immobilità il sistema nervoso continua a lavorare. Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica SN Comprehensive Clinical Medicine ha infatti dimostrato che la semplice postura del corpo può modificare l’attività elettrica cerebrale. Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori italiani su 20 giovani adulti sani, ha analizzato come diverse posizioni corporee e la presenza o assenza di stimoli visivi influenzino i ritmi cerebrali. I risultati potrebbero contribuire allo sviluppo di nuovi strumenti per la neuro-riabilitazione, la valutazione dei disturbi dell’equilibrio e il monitoraggio delle funzioni neurologiche.

Quando il corpo è fermo, il cervello continua a lavorare

La ricerca nasce da una domanda apparentemente semplice: il cervello reagisce in modo diverso a seconda della posizione assunta dal corpo, anche quando non ci stiamo muovendo? Per rispondere, gli studiosi hanno utilizzato l’elettroencefalografia quantitativa (qEEG), una tecnica che consente di registrare e analizzare l’attività elettrica cerebrale.

I partecipanti sono stati osservati in quattro diverse posture: in piedi, seduti, sdraiati sulla schiena e sdraiati a pancia in giù. Ogni condizione è stata valutata sia con occhi aperti sia con occhi chiusi, permettendo ai ricercatori di misurare come cambiano i principali ritmi cerebrali in funzione della posizione del corpo e degli stimoli visivi.

Stare in piedi richiede più attività cerebrale di quanto si pensi

Il risultato più significativo riguarda la postura eretta. I dati mostrano che il cervello presenta una maggiore attivazione quando una persona è in piedi rispetto a quando è seduta o sdraiata. Questo significa che mantenere l’equilibrio non è un processo automatico e passivo. Al contrario, il sistema nervoso deve continuamente integrare informazioni provenienti dalla vista, dall’apparato vestibolare dell’orecchio interno e dai recettori presenti nei muscoli e nelle articolazioni. In altre parole, anche quando una persona sembra immobile, il cervello sta svolgendo un intenso lavoro di coordinamento per mantenere il corpo stabile nello spazio. Una scoperta che aiuta a comprendere meglio i meccanismi che regolano l’equilibrio e il controllo posturale.

Il ruolo degli occhi: cosa cambia tra aperti e chiusi

Lo studio ha evidenziato anche l’importanza della componente visiva. Nelle posture seduta e sdraiata, la chiusura degli occhi è associata a un aumento dell’attività delle onde alfa, tipicamente collegate agli stati di rilassamento e alla modulazione dell’attività corticale. Nella posizione eretta, invece, questa differenza tende a ridursi. Secondo i ricercatori, ciò accade perché il cervello è già fortemente impegnato nel mantenimento dell’equilibrio e nella gestione delle informazioni sensoriali necessarie per controllare la postura. Il dato conferma come la relazione tra cervello e corpo sia molto più stretta di quanto si pensasse e come la posizione fisica possa influenzare direttamente l’organizzazione dell’attività neuronale.

Cosa può cambiare per i pazienti

Al momento i risultati non hanno un’applicazione immediata nella pratica clinica, ma rappresentano una base importante per future ricerche. Comprendere come il cervello organizza il controllo posturale potrebbe infatti migliorare la gestione di condizioni caratterizzate da problemi di equilibrio, disturbi neurologici e difficoltà motorie. Le conoscenze emerse potrebbero trovare applicazione nella neuro-riabilitazione, aiutando a sviluppare protocolli più personalizzati per pazienti colpiti da ictus, malattie neurodegenerative o traumi neurologici. Inoltre, una migliore comprensione del rapporto tra postura e attività cerebrale potrebbe contribuire alla realizzazione di sistemi di monitoraggio più accurati e di nuove tecnologie per l’interazione tra cervello e dispositivi assistivi.

Uno studio preliminare che apre nuove prospettive

Gli stessi autori sottolineano che la ricerca è stata condotta su un numero limitato di partecipanti, tutti giovani e in buona salute. Saranno quindi necessari ulteriori studi su popolazioni più ampie e diversificate per confermare i risultati. Nonostante questi limiti, il lavoro offre una nuova chiave di lettura del rapporto tra cervello e postura: la posizione del corpo non è soltanto una questione biomeccanica, ma un elemento che contribuisce a modellare l’attività cerebrale anche nei momenti di apparente riposo. Una consapevolezza che potrebbe avere importanti ricadute future nella diagnosi, nella riabilitazione e nella presa in carico delle persone con disturbi neurologici.

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