Prevenzione, diagnosi precoce, accesso ai centri di riferimento, digitalizzazione e continuità tra ospedale e territorio. Sono questi i nodi emersi nel Regional Summit dedicato alla gestione delle patologie cardiache complesse nella Regione Lazio.
La gestione delle patologie cardiache complesse nel Lazio passa da una parola chiave: rete. Una rete non solo dichiarata, ma strutturata, formalizzata, capace di collegare medicina generale, cardiologi del territorio, centri di riferimento, farmacie ospedaliere, istituzioni e strumenti digitali. È questo il messaggio principale emerso dal Regional Summit dedicato a “La gestione delle patologie cardiache complesse nel Lazio: organizzazione dei percorsi, criticità e priorità di sistema”, occasione di confronto tra clinici, referenti regionali e rappresentanti istituzionali realizzato con il contributo non condizionante di Bristol Myers Squibb, per fare il punto sull’assetto attuale dei percorsi di presa in carico e sulle aree di discontinuità ancora presenti.
All’incontro hanno partecipato Antonello Aurigemma, presidente del Consiglio regionale del Lazio; Fabio De Lillo, con incarico fiduciario sulle attività strategiche di spesa farmaceutica nell’ambito dell’Ufficio di Gabinetto della Regione Lazio; Cristina Chimenti, dirigente medico del Dipartimento Cardio-Toraco-Vascolare e Chirurgia dei Trapianti d’Organo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I; Giacomo Polito, direttore sostituto della UOC Farmacia Ospedaliera del Policlinico Umberto I e Geza Halasz, dirigente medico specialista in cardiologia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini.
Guarda il Regional Summit
Ad aprire il confronto è stato Antonello Aurigemma, che ha richiamato la necessità di lavorare su percorsi in grado di anticipare l’emergenza. Nelle prestazioni tempo-dipendenti, ha sottolineato, “la tempistica e l’organizzazione di una rete di cura” sono fondamentali. Per il presidente del Consiglio regionale, in ambito cardiologico non basta parlare di PDTA: occorre piuttosto ragionare in termini di “PPDTA”, includendo quindi la prevenzione come elemento centrale del percorso. Le patologie cardiologiche, ha ricordato, sono tra quelle con il più alto impatto in termini di mortalità e richiedono il coinvolgimento di tutti gli attori della rete: specialisti, medici di medicina generale, farmacisti e professionisti chiamati a sostenere anche l’aderenza terapeutica.
Dal punto di vista clinico, la Professoressa Chimenti ha posto l’attenzione sul primo grande snodo: il sospetto diagnostico. Nelle cardiomiopatie e nelle malattie rare del cuore, ha spiegato, i sintomi possono essere meno chiari rispetto a quelli di patologie più note, come l’infarto miocardico acuto. Proprio per questo “il sospetto clinico rappresenta un punto critico”, perché la sua mancanza può portare a ritardi diagnostici. Serve quindi una maggiore cultura delle red flags di malattia, che coinvolga il medico di medicina generale, il cardiologo del territorio e il centro di riferimento. Altro nodo indicato dalla clinica è l’accesso ai centri di terzo livello, che oggi può risultare più semplice per chi vive vicino ai grandi poli ospedalieri e più complesso per chi risiede in provincia.
Il tema dell’accesso e della continuità è stato ripreso anche da Geza Halasz, che ha portato nel confronto la prospettiva della pratica clinica quotidiana. Il problema, ha osservato, non è solo clinico, ma organizzativo e digitale. Le patologie complesse richiedono spesso una gestione multidisciplinare, con il coinvolgimento di più specialisti. Ma la comunicazione tra professionisti, ha rilevato, non può continuare a basarsi sulla conoscenza personale o su canali informali. Per Halasz, la digitalizzazione dovrebbe consentire allo specialista di consultare esami e dati prodotti anche in altri ospedali, evitando viaggi inutili al paziente e riducendo la congestione degli ambulatori. “Non è solo eccellenza clinica”, ha detto in sostanza, perché nel Lazio l’eccellenza clinica esiste, “ciò che manca è la piena disponibilità e interoperabilità dei dati”.
La stessa criticità è stata declinata da Giacomo Polito dal punto di vista della farmacia ospedaliera. Oggi, ha spiegato, “il farmacista ospedaliero svolge un ruolo di governance della terapia farmacologica, valutando appropriatezza, tempestività, sicurezza e qualità dell’erogazione. Tuttavia il percorso si complica quando il dato non è strutturato e il paziente non porta con sé informazioni complete su esami, visite e terapie”. Per Polito, la sfida è digitalizzare e sburocratizzare i processi: sistemi che dialoghino tra reparti, direzioni strategiche, ospedali e territorio permetterebbero una presa in carico più completa. In questa prospettiva, strumenti come intelligenza artificiale, lean management, Health Technology Assessment e analisi di real world evidence possono contribuire a individuare colli di bottiglia e liberare tempo professionale da dedicare al rapporto clinico-paziente.
Sul piano istituzionale, De Lillo ha indicato la questione organizzativa come il cuore del problema. La Regione Lazio, ha detto, dispone di grandi competenze cliniche e di importanti realtà ospedaliere, ma deve “mettere a sistema” queste risorse. In questo percorso, ha richiamato il ruolo degli investimenti legati al PNRR, della digitalizzazione, delle tecnologie diagnostiche e dell’innovazione terapeutica. De Lillo ha inoltre lanciato una proposta concreta: trasformare il confronto del Regional Summit in un “tavolo tecnico ristretto” capace di tradurre le criticità emerse in soluzioni operative, lavorando anche sul fascicolo sanitario come vero “passaporto sanitario” del paziente cardiologico cronico.
Il secondo giro di confronto ha fatto quindi emergere con ancora maggiore chiarezza i rischi del percorso. Per Chimenti, il primo è la diagnosi sbagliata o tardiva. Alcune patologie, come la cardiomiopatia ipertrofica o l’amiloidosi cardiaca, possono essere confuse nelle fasi iniziali con condizioni più comuni, come l’ipertensione arteriosa, ritardando così l’accesso a terapie specifiche e a valutazioni appropriate. A questo si aggiungono altri due nodi: la difficoltà di accesso ai test genetici e la transizione dall’età pediatrica a quella adulta per pazienti con malattie cardiache rare o genetiche, che rischiano di perdere un riferimento assistenziale proprio nel passaggio tra fasi diverse della vita.
Aurigemma dal canto suo ha collegato il tema della rete anche alla necessità di garantire omogeneità delle cure su tutto il territorio regionale. Un paziente che vive nell’entroterra, ha osservato, deve poter ricevere le stesse risposte di chi vive vicino a un grande centro urbano. In questa direzione, innovazione, telemedicina, intelligenza artificiale e centrali operative territoriali possono diventare strumenti a supporto delle decisioni cliniche e del monitoraggio, con l’obiettivo di evitare che il paziente arrivi all’emergenza. La prevenzione, ha ribadito, non va considerata un costo, ma un investimento sulla qualità della vita e sulla sostenibilità futura del sistema.
Nel giro conclusivo, chiamati a indicare una priorità concreta per il Lazio, i partecipanti hanno convenuto su alcuni punti comuni: equità di accesso, formalizzazione delle reti, digitalizzazione dei percorsi, riduzione della burocrazia e integrazione tra ospedale e territorio.
Per De Lillo, l’obiettivo politico-sanitario deve essere garantire a tutti i cittadini del Lazio le stesse opportunità di cura, indipendentemente dal luogo in cui vivono. Questo significa mettere in relazione hub e spoke, usare la digitalizzazione per valorizzare le competenze già presenti e assicurare appropriatezza nell’accesso alle innovazioni terapeutiche.
Per Halasz, invece, la priorità è superare, almeno per alcune patologie, questa visione tradizionale dell’hub and spoke e costruire una sanità “2.0”, in cui il medico possa fare meno burocrazia e più clinica. Anche pochi minuti risparmiati nella compilazione di piani terapeutici, ha osservato, moltiplicati per molti pazienti al giorno diventano tempo clinico prezioso.
Polito ha invece indicato come obiettivo principale l’equità di accesso e l’ottimizzazione dei percorsi. Per governare sfide nuove, ha spiegato, servono modelli innovativi capaci di liberare tempo e risorse, rendendo più efficiente il lavoro dei professionisti e più fluida la presa in carico del paziente.
Molto incisivo il passaggio sottolineato da Chimenti, che ha chiesto l’istituzione formale di reti regionali chiare e precise per le cardiomiopatie e, più in generale, per le patologie cardiache complesse. Oggi, ha spiegato, i centri di riferimento funzionano spesso attraverso canali informali: “Seguiamo ancora la legge del WhatsApp”. Il collega che conosce lo specialista invia il paziente; il paziente viene preso in carico, ma poi manca una comunicazione strutturata con il centro periferico e con il territorio. Per Chimenti serve invece una rete formalizzata, mappata, con collegamenti chiari tra centri di riferimento, ospedali di prossimità, cardiologi del territorio e medici di medicina generale. “Senza questa formalizzazione, ha avvertito, non ci saranno davvero le stesse chance per tutti i pazienti”.
A chiudere il confronto è stato il Presidente Aurigemma, indicando come priorità il superamento di una sanità ospedalocentrica. Per trent’anni, ha detto, si è investito aumentando posti letto nei pronto soccorso, rendendo di fatto il pronto soccorso l’unica porta di accesso al servizio sanitario regionale. Ora, con la Missione 6 del PNRR e l’apertura delle Case della Salute, la sfida è spostare il baricentro verso il territorio, costruendo percorsi diagnostico-terapeutici personalizzati e riducendo il ricorso improprio all’emergenza.
Dal Summit emerge dunque un’agenda precisa: prevenire prima che curare in emergenza, riconoscere precocemente le patologie complesse, facilitare l’accesso ai centri di riferimento, rendere interoperabili i dati, ridurre la burocrazia e costruire una rete regionale formalizzata. Un primo seme, come è stato detto in chiusura, per arrivare anche nel Lazio a una rete dedicata alle cardiomiopatie e alle patologie cardiache complesse, capace di rendere il percorso più leggibile, uniforme e pronto ad affrontare la complessità clinica e organizzativa dei prossimi anni.