Una ricerca su oltre 54mila adulti danesi collega i nitrati delle verdure a un rischio minore di demenza, mentre quelli da carni lavorate, prodotti animali e acqua potabile risultano associati a un rischio più alto.
La fonte dei nitrati assunti con la dieta potrebbe avere un ruolo nel rischio di demenza. È quanto suggerisce una nuova ricerca condotta dalla Edith Cowan University e dal Danish Cancer Research Institute, che ha analizzato il rapporto tra nitrati, nitriti e salute cerebrale. Lo studio ha seguito oltre 54mila adulti danesi per un periodo massimo di 27 anni, valutando l’assunzione di questi composti da fonti diverse e l’eventuale sviluppo di demenza, compresa quella a esordio precoce.
Il dato più rilevante è il contrasto emerso tra le diverse origini dei nitrati: quelli assunti attraverso le verdure sono risultati associati a un rischio minore di demenza, mentre nitrati e nitriti provenienti da prodotti di origine animale, carni lavorate e acqua potabile sono stati collegati a un rischio più alto. La demenza resta una condizione influenzata da fattori genetici, ambientali e legati allo stile di vita, ma secondo i ricercatori anche la qualità della dieta potrebbe rappresentare un elemento importante.
Il ruolo protettivo delle verdure ricche di nitrati
Secondo Catherine Bondonno, professoressa associata presso la ECU, il possibile effetto protettivo delle verdure ricche di nitrati dipenderebbe dal modo in cui questi composti vengono trasformati dall’organismo. Le verdure, infatti, non forniscono soltanto nitrati, ma anche vitamine e antiossidanti che possono favorire la formazione di ossido nitrico, una molecola considerata benefica per l’organismo, e allo stesso tempo limitare la formazione di N-nitrosammine, sostanze ritenute potenzialmente dannose e già note per il loro profilo cancerogeno. “Quando consumiamo verdure ricche di nitrati, assumiamo anche vitamine e antiossidanti”, ha spiegato Bondonno, sottolineando che questi elementi potrebbero contribuire a orientare il metabolismo dei nitrati in una direzione più favorevole. Il meccanismo, però, deve essere ancora confermato con studi di laboratorio.
Diversa la situazione per gli alimenti di origine animale, che non contengono gli stessi composti protettivi. La carne, inoltre, contiene ferro eme, che potrebbe favorire la formazione di N-nitrosammine. Per i ricercatori, questo spiegherebbe perché nitrati provenienti da fonti diverse possano avere effetti opposti sulla salute del cervello. Dal punto di vista pratico, il messaggio è semplice: i partecipanti che assumevano più nitrati dalle verdure, in quantità paragonabile a circa una tazza di spinacini al giorno, mostravano un rischio inferiore di demenza. Al contrario, l’assunzione maggiore da carni rosse e lavorate risultava associata a un rischio più elevato.
Acqua potabile, un segnale da approfondire
Uno degli aspetti più delicati dello studio riguarda l’acqua potabile. I ricercatori hanno osservato un’associazione tra esposizione ai nitrati nell’acqua e rischio di demenza, anche a concentrazioni inferiori agli attuali limiti normativi. In Danimarca e nell’Unione Europea il limite per nitrati nelle acque sotterranee e potabili è fissato a 50 mg/L, ma nello studio è stato rilevato un rischio maggiore anche con esposizioni intorno ai 5 mg/L. Bondonno ha spiegato che l’acqua, a differenza delle verdure, non contiene antiossidanti capaci di bloccare la formazione di N-nitrosammine. Gli autori invitano però alla prudenza: non bisogna smettere di bere acqua. L’aumento del rischio individuale appare piccolo e l’acqua resta una scelta molto più salutare rispetto a bevande zuccherate, succhi o bibite.
Associazioni, non prove definitive di causa-effetto
Lo studio non dimostra che i nitrati causino direttamente la demenza. Si tratta infatti di una ricerca osservazionale: può individuare associazioni statistiche tra esposizione e rischio, ma non stabilire con certezza un rapporto di causa ed effetto. È un punto essenziale, perché altri fattori legati alla dieta, allo stile di vita, alla salute generale o alle condizioni ambientali dei partecipanti potrebbero avere contribuito ai risultati osservati. Proprio per questo, gli autori chiedono ulteriori studi, sia epidemiologici sia di laboratorio, per capire meglio i meccanismi biologici coinvolti e valutare l’effetto dell’esposizione a lungo termine a basse concentrazioni di nitrati nell’acqua potabile.
Il risultato più interessante, comunque, è che non conta solo la quantità di nitrati assunta, ma anche la fonte. I nitrati presenti naturalmente nelle verdure sembrano inserirsi in un contesto nutrizionale favorevole, ricco di antiossidanti e vitamine; quelli provenienti da carni lavorate, prodotti animali e acqua potabile potrebbero invece agire in modo diverso, soprattutto in assenza di composti protettivi.
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