Sanità 25 Maggio 2026 10:50

Salute mentale e giustizia, la SIPPF: “Il sistema rischia di andare in crisi per lo 0,1% dei pazienti”

Al congresso nazionale della Società Italiana di Psichiatria e Psicopatologia Forense l’allarme sul rapporto tra servizi di salute mentale e sistema giudiziario. Sotto osservazione le Rems, le liste d’attesa e il crescente peso della gestione della pericolosità sociale affidata ai servizi sanitari

di I.F.
Salute mentale e giustizia, la SIPPF: “Il sistema rischia di andare in crisi per lo 0,1% dei pazienti”

Il sistema della salute mentale italiano assiste ogni anno centinaia di migliaia di persone e garantisce milioni di prestazioni, ma rischia di trovarsi in difficoltà a causa di una quota estremamente ridotta di utenti coinvolti nel circuito giudiziario. È il messaggio lanciato in apertura del III Congresso nazionale della Società Italiana di Psichiatria e Psicopatologia Forense (SIPPF), dove esperti e professionisti hanno acceso i riflettori sulle criticità che emergono dall’intersezione tra assistenza psichiatrica e giustizia. Nel 2024 i Dipartimenti di Salute Mentale hanno seguito circa 845 mila persone, erogando oltre 10 milioni di prestazioni e registrando più di 272 mila nuovi accessi. Eppure, secondo la SIPPF, una percentuale minima di utenti – poco più dello 0,1% del totale – sarebbe in grado di mettere sotto pressione l’intera organizzazione dei servizi. Si tratta principalmente delle persone ospitate nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), di coloro che attendono un posto in queste strutture e dei pazienti sottoposti a misure di sicurezza o coinvolti in procedimenti giudiziari.

Il confine sempre più sottile tra cura e controllo

Secondo gli specialisti, il problema non riguarda soltanto i numeri. A cambiare è il ruolo stesso della psichiatria, sempre più chiamata a confrontarsi con aspetti che travalicano l’ambito strettamente clinico. “Il sistema della salute mentale funziona, intercetta una quota rilevante di popolazione e produce una grande quantità di attività – spiegano i presidenti della SIPPF – ma al suo interno esiste un nodo che lo mette in crisi. Per una percentuale minima di pazienti stiamo chiedendo ai servizi sanitari di svolgere anche una funzione che appartiene alla giustizia, con un carico di responsabilità che non è sostenibile”. Un segnale di questa trasformazione arriva anche dalle strutture residenziali: circa il 30% dei posti disponibili risulta occupato da persone sottoposte a misure di sicurezza. Una situazione che, secondo la società scientifica, evidenzia l’esistenza di una vera e propria “filiera forense”, oggi però priva di un riconoscimento organizzativo e normativo chiaro.

Le criticità delle Rems e le liste d’attesa

Tra i temi più delicati emersi durante il congresso c’è quello delle Rems. A fronte di circa 632 posti disponibili sul territorio nazionale, le persone in attesa di collocazione sarebbero circa 750. “Questo significa – spiega il professor Alessandro Aguglia, presidente SIPPF – che il sistema non riesce a garantire una risposta tempestiva ai casi più complessi, con il risultato di lasciare scoperta proprio l’area a maggiore rischio clinico e sociale”. Negli ultimi anni, ricordano gli esperti, si sono verificati anche episodi particolarmente gravi che hanno coinvolto soggetti in attesa di ingresso nelle strutture dedicate. Per il professor Roberto Lorettu, presidente SIPPF, il problema non può essere ricondotto esclusivamente alla carenza di posti disponibili. “Non siamo di fronte solo a un problema di posti, ma a un problema di sistema. Oggi abbiamo un circuito che non riesce a distinguere in modo efficace tra bisogno sanitario e misura detentiva, e questo genera inefficienza, rischi e un uso non appropriato delle strutture”.

Il nodo delle responsabilità professionali

A rendere ancora più complessa la situazione è la natura stessa delle Rems, dove convivono esigenze sanitarie e disposizioni dell’autorità giudiziaria. Una sovrapposizione che, secondo la SIPPF, finisce per ricadere direttamente sugli operatori. “Esiste un tema evidente di coerenza normativa – spiega il professor Vincenzo Niccolò, dirigente della SIPPF – perché si chiede ai professionisti sanitari di garantire anche aspetti che non appartengono al loro ruolo. La posizione di garanzia, che ha senso in un atto sanitario come il TSO, diventa problematica quando si applica a una misura detentiva”. Anche il rapporto con la magistratura contribuisce a ridefinire l’organizzazione dei percorsi assistenziali. “I rapporti con la Magistratura – aggiunge il professor Giuseppe Paterniti, dirigente SIPPF – stanno progressivamente ridefinendo le traiettorie di cura nei diversi contesti assistenziali, dagli Spdc ai Csm, fino alle residenze e alle Rems, con una sovrapposizione tra ambiti di cura e di custodia che porta spesso a richieste improprie di controllo sociale”.

Tra obbligo di permanenza e assenza di obbligo terapeutico

Gli specialisti segnalano inoltre una contraddizione strutturale: l’esistenza di un obbligo di permanenza nelle strutture senza un corrispondente obbligo di cura. Una situazione che rischia di limitare l’efficacia dei percorsi terapeutici e di incidere sull’organizzazione dei servizi. L’ingresso nei percorsi assistenziali di persone con elevata pericolosità sociale comporta infatti un aumento delle esigenze di sicurezza per operatori e utenti, con inevitabili ricadute sulle responsabilità professionali e sull’assetto dei servizi territoriali.

Il carcere come ulteriore area di pressione

Le criticità non riguardano soltanto le Rems. Una parte significativa del problema interessa il sistema penitenziario. Secondo le stime richiamate dalla SIPPF, tra il 20% e il 30% della popolazione detenuta presenta disturbi psichiatrici, mentre i posti disponibili nelle strutture dedicate rappresentano meno dello 0,5% del fabbisogno. A questo si aggiungono il sovraffollamento carcerario e un rischio di suicidio nettamente superiore rispetto a quello osservato nella popolazione generale. “Il carcere non può essere solo un luogo di contenimento – osserva Aguglia – ma deve garantire percorsi di cura reali. Oggi invece ci troviamo di fronte a un sistema che rischia di essere un contenitore di disagio psichico senza strumenti adeguati”. Secondo Lorettu, questa evoluzione impone una riflessione più ampia sul ruolo della disciplina: “In questo scenario la psichiatria è chiamata a confrontarsi non solo con nuovi modelli assistenziali, ma anche con un’evoluzione del proprio ruolo etico e deontologico, sempre più esposto a responsabilità sociali di rilievo”.

La proposta: una rete forense integrata

Per superare le criticità attuali, la SIPPF propone la costruzione di una filiera forense strutturata e integrata, capace di collegare strutture ad alta sicurezza, Rems, servizi intermedi e territorio. Tra le ipotesi avanzate anche l’introduzione di una figura stabile di raccordo tra sistema sanitario e magistratura, con l’obiettivo di favorire una maggiore coordinazione e un linguaggio comune tra professionisti della salute mentale e operatori della giustizia. “Serve rendere esplicito ciò che oggi esiste in modo frammentato – concludono i presidenti della SIPPF – e soprattutto costruire un linguaggio comune tra clinici e magistrati. Ma c’è un punto che non possiamo perdere: quando una persona è pericolosa, non smette di essere un paziente. Se perdiamo questo principio, perdiamo la funzione stessa della salute mentale”.

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