Si è insediato l’organismo nazionale che guiderà l’attuazione italiana dello Spazio europeo dei dati sanitari: la sfida è far viaggiare i dati senza perdere di vista le persone
La sanità del futuro passa dai dati. Ma non dai dati intesi come numeri freddi, chiusi nei sistemi informatici o dispersi tra piattaforme che non si parlano. Passa dai dati come strumenti di continuità assistenziale, di ricerca, di prevenzione, di programmazione. E, soprattutto, come patrimonio che appartiene prima di tutto ai cittadini e ai pazienti.
È in questa cornice che si inserisce l’insediamento, il 5 maggio scorso presso il Ministero della Salute, della Cabina di regia nazionale per l’attuazione dello Spazio europeo dei dati sanitari, l’EHDS, European Health Data Space. L’organismo, istituito con decreto del ministro della Salute Orazio Schillaci del 20 febbraio 2026, avrà il compito di accompagnare l’Italia nell’applicazione del Regolamento europeo 2025/327, uno dei dossier più importanti della sanità digitale dei prossimi anni.
L’obiettivo è chiaro e, almeno sulla carta, molto concreto: permettere ai cittadini di accedere più facilmente ai propri dati sanitari, renderli disponibili ai professionisti che li hanno in cura anche oltre i confini nazionali, e consentire che una parte di queste informazioni, nel rispetto delle garanzie previste, possa essere utilizzata per ricerca, innovazione, sanità pubblica e politiche di programmazione.
Detto in modo semplice: il dato dovrebbe finalmente seguire il paziente, e non costringere il paziente a inseguire il dato.
Una regia nazionale per una trasformazione che non può restare sulla carta
La nascita della Cabina di regia non è un passaggio meramente amministrativo. In un Paese come l’Italia, dove la sanità è fortemente regionale e dove i sistemi informativi non sempre dialogano tra loro, costruire uno spazio comune dei dati sanitari significa affrontare uno dei nodi più delicati del Servizio sanitario nazionale.
Cartelle cliniche, fascicoli sanitari elettronici, prescrizioni, referti, dati di laboratorio, percorsi diagnostici: ogni informazione può diventare essenziale quando una persona cambia medico, si sposta da una Regione all’altra, accede a un pronto soccorso o affronta una malattia cronica che richiede il coinvolgimento di più specialisti.
La Cabina di regia dovrà quindi coordinare istituzioni centrali, Regioni ed enti tecnici, seguire le scadenze europee, favorire lo scambio di buone pratiche e sostenere la posizione italiana nei tavoli europei. Al suo interno siedono, tra gli altri, Ministero della Salute, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Agenas, Istituto superiore di sanità, Aifa, Istat, Dipartimento per la trasformazione digitale, AgID e rappresentanti delle Regioni.
È una composizione ampia, coerente con la complessità della materia. Ma proprio questa complessità impone una domanda: riuscirà la governance tecnica e istituzionale a tradursi in benefici comprensibili e tangibili per i cittadini?
Cosa può cambiare davvero per pazienti e caregiver
Per chi vive una condizione cronica, oncologica, rara o invalidante, l’accesso ordinato ai dati sanitari non è un dettaglio burocratico. È spesso una parte concreta del percorso di cura.
Significa non dover ricostruire ogni volta la propria storia clinica. Non dover portare con sé faldoni di referti. Non ripetere esami già fatti perché non disponibili nel sistema. Non perdere informazioni importanti nei passaggi tra ospedale, territorio, medico di medicina generale, specialista, centro di riferimento.
Lo Spazio europeo dei dati sanitari nasce proprio per rendere più semplice e sicuro questo passaggio di informazioni. Il cittadino dovrebbe poter consultare i propri dati elettronici, condividerli con i professionisti autorizzati e beneficiare di una maggiore continuità assistenziale, anche quando riceve cure in un altro Paese dell’Unione europea.
È una promessa importante. Per molti pazienti, soprattutto quelli che affrontano percorsi lunghi e frammentati, può significare meno solitudine amministrativa e più tempo dedicato alla cura vera. Per i caregiver può voler dire minori ostacoli nella gestione quotidiana. Per i professionisti sanitari può tradursi in decisioni più rapide, più informate e più appropriate.
Ma perché tutto questo accada non basterà collegare banche dati. Servirà rendere i sistemi semplici, accessibili e realmente utilizzabili. Servirà spiegare ai cittadini quali diritti hanno, come possono esercitarli, chi può accedere alle informazioni e con quali limiti.
Il valore dei dati per la ricerca, ma con una condizione: la fiducia
L’altra grande dimensione dell’EHDS riguarda l’uso secondario dei dati sanitari. Una parte delle informazioni, con regole e autorizzazioni specifiche, potrà essere utilizzata per finalità di ricerca scientifica, innovazione, sicurezza dei pazienti, sanità pubblica, statistiche e definizione delle politiche sanitarie.
È un passaggio potenzialmente decisivo. I dati sanitari, se raccolti bene e usati in modo responsabile, possono aiutare a capire meglio l’andamento delle malattie, valutare l’efficacia delle terapie, individuare bisogni non soddisfatti, misurare gli esiti dell’assistenza, programmare servizi più vicini alla realtà delle persone.
Per le malattie rare, ad esempio, la disponibilità di dati più omogenei e condivisi può fare la differenza nella diagnosi, nella ricerca e nella costruzione di reti di presa in carico. Per l’oncologia può contribuire a leggere meglio gli esiti dei trattamenti nella vita reale. Per la cronicità può aiutare a orientare prevenzione, continuità assistenziale e medicina territoriale.
Ma il punto di equilibrio è delicato. I dati sanitari sono tra le informazioni più intime che una persona possa affidare a un sistema pubblico. Parlano di diagnosi, paure, fragilità, storia familiare, percorsi terapeutici, talvolta di condizioni che segnano profondamente la vita sociale e lavorativa.
Per questo, la parola chiave sarà fiducia.
I cittadini dovranno sapere in modo chiaro chi utilizza i loro dati, per quali finalità, con quali garanzie, con quali controlli e con quali possibilità di opposizione o tutela. Senza questa trasparenza, anche la migliore infrastruttura digitale rischia di essere vissuta come qualcosa di distante, opaco, imposto.
Il ruolo delle associazioni: non spettatrici, ma parte della costruzione
C’è poi un tema che riguarda direttamente l’advocacy sanitaria: il coinvolgimento delle associazioni di pazienti e cittadini.
Lo Spazio europeo dei dati sanitari non è soltanto una questione da tecnici, informatici, giuristi e amministratori. È una trasformazione che incide sulla vita quotidiana delle persone assistite. Per questo, chi rappresenta i pazienti dovrebbe poter contribuire fin dalle fasi attuative, portando nei tavoli non solo richieste, ma esperienza concreta.
Le associazioni conoscono bene cosa significa cercare un referto che manca, dover ripetere una visita, non riuscire a far dialogare due strutture, trovarsi davanti a un fascicolo sanitario elettronico incompleto o poco comprensibile. Conoscono i bisogni delle persone con patologie croniche, rare, oncologiche, neurologiche, autoimmuni. Conoscono il peso che la frammentazione dei dati può avere sulle famiglie.
Il loro contributo può essere decisivo per evitare che l’EHDS resti un progetto perfetto nei documenti e faticoso nella vita reale.
Coinvolgere le associazioni significa ascoltare chi può segnalare in anticipo le criticità di accesso, comprensione, inclusione digitale, privacy e consenso. Significa progettare strumenti non solo efficienti, ma anche umani. Significa ricordare che il dato sanitario non è mai neutro: ha valore perché racconta un bisogno di salute.
La sfida italiana: superare la frammentazione
L’Italia arriva a questo appuntamento con alcune esperienze importanti, ma anche con differenze territoriali ancora significative. Il Fascicolo sanitario elettronico, ad esempio, è uno strumento centrale della sanità digitale, ma il suo livello di utilizzo, completezza e accessibilità non è omogeneo in tutto il Paese.
In alcune realtà i cittadini possono consultare agevolmente referti, prescrizioni e documenti clinici. In altre, l’esperienza è più discontinua. Talvolta il fascicolo esiste, ma non contiene tutte le informazioni utili. Talvolta è disponibile, ma non è davvero conosciuto o utilizzato dai pazienti. Talvolta ancora il problema non è solo tecnologico, ma culturale e organizzativo.
L’EHDS può rappresentare l’occasione per fare un salto di qualità. Ma per riuscirci dovrà essere collegato alla vita concreta del Servizio sanitario nazionale: alla medicina territoriale, alle reti cliniche, alla presa in carico delle cronicità, ai percorsi diagnostico-terapeutici, alla prevenzione, alla ricerca indipendente.
Non basta costruire infrastrutture digitali. Bisogna fare in modo che servano davvero a ridurre le disuguaglianze, non ad amplificarle. Perché una sanità più digitale non è automaticamente una sanità più equa. Lo diventa solo se tutti possono accedervi, comprenderla e beneficiarne.
Una sanità più connessa, ma anche più vicina
La Cabina di regia nazionale nasce dunque in un momento cruciale. Da un lato ci sono le opportunità offerte dal digitale, dall’intelligenza artificiale, dai dati real world, dalla medicina personalizzata e dagli investimenti sulla modernizzazione del SSN. Dall’altro ci sono le preoccupazioni dei cittadini: privacy, sicurezza, uso improprio delle informazioni, esclusione delle persone meno alfabetizzate digitalmente.
Tra questi due poli si giocherà la credibilità dello Spazio europeo dei dati sanitari.
La direzione è tracciata: più interoperabilità, più accesso, più capacità di usare i dati per curare meglio e programmare meglio. Ma il successo dipenderà dal modo in cui questa trasformazione verrà raccontata, governata e condivisa.
Perché la sanità digitale non può essere solo una questione di piattaforme. Deve diventare una nuova alleanza tra istituzioni, professionisti, ricercatori, pazienti e cittadini.
Una sanità in cui le informazioni viaggiano più velocemente, certo. Ma soprattutto una sanità in cui nessuno si senta ridotto a un codice, a un fascicolo, a una voce in un database.