La fibromialgia colpisce 1,5 milioni di italiani ed è spesso diagnosticata con ritardo superiore a 4 anni. Le differenze di genere influenzano riconoscimento e gestione della malattia. Il 12 maggio la Giornata Mondiale
La fibromialgia colpisce le donne con una frequenza circa tripla rispetto agli uomini e manifesta anche caratteristiche cliniche differenti tra i due sessi. Un recente studio basato sui dati del Registro italiano della patologia, istituito dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR), evidenzia infatti che le pazienti donne presentano una compromissione fisica più marcata rispetto agli uomini, pur mostrando una gravità complessiva della malattia simile. Ciò indica che l’impatto sulla capacità di svolgere le attività quotidiane risulta più pesante nella popolazione femminile.
“I dati del nostro Registro confermano l’importanza di un approccio sempre più personalizzato alla fibromialgia, capace di considerare non solo i sintomi fisici, ma anche le differenze biologiche, sociali e psicologiche fra pazienti”, commenta Andrea Doria, Presidente della Società Italiana di Reumatologia. L’11 maggio, alla vigilia della Giornata mondiale della fibromialgia del 12 maggio, la SIR dedicherà alla patologia una diretta social.
“Il Registro SIR, che oggi raccoglie dati su circa 12.500 pazienti da oltre 50 centri di reumatologia di tutt’Italia, ci permette di continuare a migliorare la nostra conoscenza della malattia in tutti i suoi aspetti clinici”, aggiunge il professor Fausto Salaffi, delegato dalla SIR per le malattie da dolore cronico e responsabile del registro. “Grazie alle informazioni estrapolate da questo database è stato, inoltre, possibile identificare le forme di fibromialgia più gravi e farle includere tra le malattie croniche e invalidanti riconosciute nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, il cui Dpcm è nella fase finale di approvazione”.
Impatto clinico, diagnosi tardiva e prospettive future di cura
“Questo riconoscimento è fondamentale perché potrà favorire maggiori tutele e agevolazioni per i pazienti, migliorando concretamente il loro percorso di cura”, sottolinea il professor Doria, che ricorda impatto e caratteristiche della malattia. “La fibromialgia è una sindrome cronica caratterizzata da dolore diffuso, affaticamento e disturbi del sonno. Con circa 1,5 milioni di persone che ne soffrono, è la terza malattia reumatologica più diffusa in Italia. Può essere indotta o aggravata da periodi prolungati di stress fisico o psicologico, che possono ridurre alcuni neurotrasmettitori, tra cui la serotonina a livello del sistema nervoso centrale. Questa sostanza svolge un ruolo chiave nella regolazione della soglia del dolore, della qualità del sonno e del tono dell’umore. Quando i livelli di serotonina si riducono, il paziente può sviluppare una maggiore sensibilità al dolore, sonno non ristoratore e alterazioni dell’umore, elementi che contribuiscono ad alimentare il circolo vizioso della malattia”.
“Come altre malattie reumatologiche – prosegue Doria – la fibromialgia risente del problema della diagnosi tardiva, che può arrivare oltre 4 anni dopo l’esordio dei primi sintomi. Anche qui tornano a farsi sentire le differenze di genere: negli uomini la diagnosi può essere ulteriormente ritardata dal fatto che la malattia fra loro è meno diffusa, quindi meno studiata e meno riconosciuta. L’avvio tempestivo della terapia permetterebbe, invece, di migliorare la qualità di vita dei pazienti. La fibromialgia, infatti, è una malattia curabile, ma richiede una gestione complessa, che integri terapia medica e attività fisica regolare, e un approccio multidisciplinare, con il coinvolgimento di diversi specialisti”.
“Adesso siamo al lavoro per la stesura delle nuove linee guida SIR sulla gestione della fibromialgia che verranno pubblicate dopo l’estate. Inoltre, stiamo implementando ulteriormente il Registro di patologia: vogliamo raccogliere dati su un numero sempre più ampio di pazienti per identificare gruppi con caratteristiche simili e orientare meglio le terapie. Il prossimo passo sarà seguire i pazienti nel tempo, per capire come evolve la malattia sotto trattamento e individuare i fattori che possono predire la risposta alle cure. Per farlo sarà fondamentale coinvolgere sempre più centri specializzati e aumentare la possibilità di effettuare follow-up ripetuti”, conclude il professor Salaffi.
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