One Health 30 Aprile 2026 12:04

Nanoplastiche, un inquinamento invisibile che attraversa confini, ecosistemi e corpo umano

Il report “Nanoplastics. A Systematic Risk Analysis for Human Health, Ecosystems, and the Environment” del Centro di Ricerca Globale ALLATRA descrive la diffusione globale delle micro e nanoplastiche, generate dalla degradazione della plastica e ormai presenti in oceani, atmosfera, suoli e alimenti

di Isabella Faggiano
Nanoplastiche, un inquinamento invisibile che attraversa confini, ecosistemi e corpo umano

Se la Terra tenesse un diario, l’ultimo secolo sarebbe scritto in nero con il titolo “l’era della plastica”. Non più soltanto oggetti visibili, imballaggi, dispositivi medici o tessuti sintetici, ma una presenza diffusa che ha ormai superato la soglia del percepibile. Le plastiche, composte da polimeri estremamente resistenti, sono diventate centrali nella vita quotidiana per durabilità e basso costo. Tuttavia, proprio questa resistenza ne ha determinato il paradosso ambientale: non scompaiono, si trasformano. Dagli anni ’50 a oggi sono state prodotte circa 9,2 miliardi di tonnellate di plastica, con oltre 5,3 miliardi finite in discarica e circa 11 milioni di tonnellate che ogni anno raggiungono gli oceani. Una parte significativa resta “mal gestita”, cioè dispersa nell’ambiente senza controllo. A descrivere gli effetti controintuitivi sull’ambiente di queste sostanze inquinanti è il report ALLATRA “Nanoplastics. A Systematic Risk Analysis for Human Health, Ecosystems, and the Environment”, un documento scientifico-analitico internazionale che affronta in modo sistemico il rischio delle micro- e nanoplastiche per la salute umana, gli ecosistemi e l’ambiente. Il rapporto integra evidenze provenienti da ambiti fisici, chimici e biologici per analizzare la diffusione, il comportamento e gli impatti di queste particelle su scala globale.

Dal macro al nano: la trasformazione invisibile della plastica

La plastica non rimane a lungo nella sua forma originaria. Onde, luce solare e salinità la frammentano progressivamente in microplastiche (inferiori a 5 mm) e nanoplastiche (inferiori a un micrometro, quindi invisibili al microscopio ottico). Queste particelle non sono più semplici residui, ma sistemi altamente reattivi. Aumenta enormemente la superficie di contatto e, con essa, la capacità di interazione con molecole biologiche e contaminanti. In termini fisici, un singolo frammento da 1 mm può generare circa mille miliardi di nanoparticelle da 100 nanometri, con un incremento della superficie di decine di migliaia di volte. È questo salto dimensionale a rendere le nanoplastiche un oggetto di studio sempre più rilevante per medicina, tossicologia e biologia ambientale.

Un pianeta plastificato: oceani, aria, suoli

L’accumulo globale di plastica non è più un fenomeno limitato o locale (come una spiaggia sporca o un mare inquinato in alcune aree), ma è diventato un problema che riguarda l’intero sistema Terra nel suo complesso. Le stime riportate nel documento indicano oltre 200 milioni di tonnellate già presenti negli ambienti marini e circa 35 mila tonnellate di microplastiche già disperse negli oceani. Le correnti oceaniche concentrano i rifiuti in grandi “garbage patches” (isole di rifiuti), tra cui la Great Pacific Garbage Patch, che si estende per centinaia di migliaia di miglia quadrate tra Nord America e Giappone. Qui la plastica non solo si accumula, ma continua a frammentarsi: tra il 2015 e il 2022 la massa dei rifiuti è aumentata di cinque volte, con un incremento ancora più rapido dei frammenti più piccoli. Il fenomeno non riguarda solo la superficie: fino al 94% della plastica marina finisce nei fondali oceanici, dove si deposita e si accumula in modo quasi irreversibile.

Un inquinamento senza confini

Uno degli aspetti più rilevanti del rapporto è la capacità delle micro e nanoplastiche di muoversi tra comparti ambientali. Non restano nell’acqua: evaporazione, aerosol marino e vento le trasferiscono nell’atmosfera. Ogni anno milioni di tonnellate di particelle vengono trasportate per migliaia di chilometri attraverso aria, pioggia e neve. Sono state rilevate nell’Artico, nei ghiacci, sulle montagne più elevate e persino nei Pirenei francesi. Le foreste agiscono come barriere temporanee, intrappolando particelle sulle chiome degli alberi, mentre in alcuni ecosistemi forestali si stima la deposizione di centinaia di trilioni di particelle ogni anno. In modo controintuitivo, anche le aree urbane e rurali risultano costantemente esposte: l’aria, più dinamica dell’acqua, diventa un vettore globale di dispersione.

Dall’ambiente alla catena alimentare

Le microplastiche sono ormai presenti in fiumi, laghi e acque sotterranee. Dieci grandi sistemi fluviali trasportano fino al 95% della plastica che raggiunge gli oceani. Le analisi mostrano la loro presenza anche nei laghi più remoti e nelle acque potabili: circa l’81% dei campioni di acqua di rubinetto analizzati nel mondo contiene microplastiche, e sono state rilevate anche nelle acque in bottiglia. La contaminazione entra nella catena alimentare: pesci, molluschi, vegetali e frutta risultano contaminati. In alcuni casi sono state rilevate centinaia di migliaia di particelle per grammo in prodotti vegetali.

L’esposizione umana: una presenza quotidiana e silenziosa

Secondo le stime più recenti, una persona può ingerire fino a circa 250 grammi di plastica all’anno attraverso alimenti, acqua e aria. Le particelle sono state individuate in diversi tessuti umani e organi, mentre studi sperimentali e osservazionali suggeriscono possibili associazioni con stress ossidativo, infiammazione, danno cellulare e alterazioni metaboliche. Il rapporto sottolinea anche una possibile correlazione con effetti sul sistema nervoso e sullo sviluppo precoce, in particolare durante la gravidanza e l’età pediatrica. Il documento analizza scenari in cui la crescita dell’inquinamento da plastica potrebbe non essere solo un problema ecologico, ma anche sociale ed economico. In alcune aree ad alta esposizione si osserva già un peggioramento della qualità della vita. Se la diffusione delle microplastiche continuerà, potrebbero emergere pressioni su sistemi sanitari, migrazioni ambientali e instabilità economiche legate alla perdita di resilienza degli ecosistemi.

Un problema sistemico, non più marginale

La chiave interpretativa proposta dal rapporto è netta: le nanoplastiche non sono più semplici “residui” dell’inquinamento, ma una nuova classe di particelle antropogeniche con comportamento fisico e biologico attivo. La loro presenza ubiquitaria – dall’oceano all’atmosfera, dal suolo al corpo umano – impone un cambio di paradigma: dalla gestione del rifiuto alla comprensione dell’interazione tra materia, ambiente e sistemi biologici. Il quadro che emerge dal report “Nanoplastics. A Systematic Risk Analysis for Human Health, Ecosystems, and the Environment” è quello di un inquinamento diffuso, persistente e multidimensionale, che non si limita a un comparto ambientale ma attraversa l’intero sistema Terra. La sfida non riguarda più soltanto la riduzione dei rifiuti plastici, ma la comprensione delle loro trasformazioni e delle interazioni con gli ecosistemi viventi. In questa prospettiva, le nanoplastiche rappresentano uno dei fenomeni emergenti più complessi del nostro tempo: invisibili, pervasive, e ormai integrate nei cicli naturali e biologici del pianeta.

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