Un algoritmo di AI è in grado di stimare l’età biologica a partire da una fotografia del volto e di misurarne le variazioni nel tempo. Lo dimostra uno studio pubblicato su Nature Communications
Il volto può raccontare più di quanto si pensi. Non solo il passare del tempo, ma anche i processi biologici che avvengono all’interno dell’organismo. È su questa osservazione che si basa lo studio pubblicato su Nature Communications, che introduce il Face Aging Rate (FAR), un indicatore che misura la velocità con cui il volto “invecchia” nel tempo. In oncologia l’età anagrafica è da sempre uno dei parametri utilizzati per stimare la prognosi. Tuttavia, non tutti gli individui invecchiano allo stesso modo. La ricerca si sta quindi spostando verso concetti più sofisticati, come l’età biologica, che riflette meglio lo stato reale dell’organismo e la sua evoluzione nel tempo.
Lo studio su oltre duemila pazienti oncologici
I ricercatori hanno analizzato 2.276 pazienti sottoposti a radioterapia, utilizzando fotografie del volto raccolte durante la normale attività clinica. Attraverso un algoritmo di intelligenza artificiale in grado di stimare l’età biologica dalle immagini, è stato calcolato il Face Aging Rate, cioè la variazione dell’età biologica tra due momenti rapportata al tempo trascorso. Il FAR consente di distinguere tra diversi ritmi di invecchiamento. Quando il valore è superiore a 1 indica un invecchiamento accelerato, mentre valori inferiori suggeriscono un processo più lento rispetto alla media. In questo modo, il parametro non fotografa solo una condizione statica, ma la sua evoluzione nel tempo.
Invecchiamento accelerato e prognosi peggiore
I risultati mostrano un’associazione netta tra FAR elevato e sopravvivenza ridotta. I pazienti che invecchiano più rapidamente presentano esiti clinici peggiori rispetto a quelli con un invecchiamento più lento, indipendentemente da fattori come sesso, razza o diagnosi. Il dato si conferma in tutti gli intervalli temporali analizzati. Uno degli elementi più rilevanti dello studio è la natura dinamica del FAR. A differenza delle misure effettuate in un singolo momento, questo indicatore cattura la velocità del cambiamento biologico. Ed è proprio questa variabilità nel tempo a mostrare un forte valore prognostico, superiore alla sola valutazione iniziale dell’età biologica.
Le possibili applicazioni cliniche
Secondo gli autori, l’integrazione del FAR nella pratica clinica potrebbe migliorare la capacità di stratificare il rischio nei pazienti oncologici. Potrebbe inoltre supportare la personalizzazione delle terapie, aiutando a modulare l’intensità dei trattamenti e il follow-up. Il vantaggio è anche pratico: il biomarcatore si basa su fotografie già disponibili nella routine clinica, senza necessità di esami aggiuntivi. Lo studio presenta però alcune limitazioni. Il campione non è pienamente rappresentativo dal punto di vista etnico e non sono ancora disponibili dati prospettici. Inoltre, fattori tecnici come la qualità delle immagini possono influenzare le stime. Servono quindi ulteriori verifiche prima di un utilizzo clinico su larga scala. Nonostante i limiti, il lavoro apre una prospettiva nuova: il volto come fonte di informazioni cliniche quantitative. Un ulteriore passo verso una medicina sempre più predittiva e personalizzata, in cui anche segnali visibili ma finora poco utilizzati possono contribuire a guidare le decisioni terapeutiche.
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