Nuove regole per rafforzare cure locali, gestione dei pazienti cronici e servizi sanitari di prossimità. Ma la FIMMG è molto critica: “Provvedimento pericoloso per i pazienti”
Il Governo accelera sulla riorganizzazione della medicina territoriale con una bozza di decreto-legge presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni. L’obiettivo dichiarato dallo stesso ministro è far funzionare davvero le Case della Comunità e rendere l’assistenza sanitaria più vicina ai cittadini, soprattutto ai pazienti fragili. Il provvedimento, ancora in fase di confronto istituzionale, punta a cambiare il modo in cui si accede alle cure di base senza abolire il medico di famiglia. Le Regioni hanno chiesto di esaminare il testo definitivo, atteso nei prossimi giorni. Se l’iter procederà senza ostacoli, il decreto potrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri già il mese prossimo.
Più servizi sul territorio e cure continue per i pazienti
Il cuore della riforma riguarda ciò che i cittadini incontreranno concretamente quando avranno bisogno di assistenza sanitaria. Il decreto nasce infatti dall’esigenza di rendere operativa la sanità territoriale prevista dal Pnrr, superando un sistema ancora ospedalocentrico. L’obiettivo principale è garantire continuità delle cure, presa in carico dei malati cronici e risposte più rapide ai bisogni quotidiani di salute.
Per i pazienti significa poter trovare in un unico luogo (le Case della Comunità) diversi servizi: medico di famiglia, infermieri, specialisti, supporto amministrativo e strumenti digitali per monitoraggi e controlli a distanza. Non solo visite occasionali, quindi, ma un percorso assistenziale continuo, pensato soprattutto per chi convive con patologie croniche o necessita di controlli frequenti.
La riforma introduce un modello a doppio canale. Il medico di famiglia continuerà a esistere e il rapporto fiduciario con il cittadino non viene cancellato. Tuttavia, il professionista sarà sempre più integrato in una rete organizzata di servizi territoriali. La convenzione resta il modello principale, ma viene aggiornata con nuovi obblighi: presenza programmata nelle Case della Comunità, lavoro coordinato con altri professionisti sanitari, utilizzo di sistemi informatici condivisi e partecipazione a verifiche sulla qualità dell’assistenza.
Un altro cambiamento rilevante riguarda il modo in cui viene valutato il lavoro sanitario: non più solo numero di assistiti, ma “obiettivi” di salute raggiunti. L’intenzione dichiarata è spostare l’attenzione dalla prestazione singola alla cura complessiva della persona.
Le Case della Comunità diventano quindi, in quest’ottica, il punto di riferimento stabile per i cittadini, non un servizio aggiuntivo ma il fulcro della nuova assistenza di prossimità. Qui l’attività dei medici non sarebbe più facoltativa o incentivata, ma parte integrante dell’organizzazione sanitaria nazionale, con standard minimi comuni e servizi misurabili in tutto il Paese.
Digitalizzazione, nuovi ruoli e transizione graduale
Un altro asse della riforma riguarda l’organizzazione pratica delle cure. Il decreto punta sulla digitalizzazione per semplificare l’esperienza dei cittadini: sistemi informativi interoperabili, telemedicina, telemonitoraggio e maggiore condivisione dei dati sanitari dovrebbero ridurre tempi di attesa, visite inutili e ripetizione degli esami. L’idea è liberare tempo medico dalle incombenze burocratiche e dedicarlo maggiormente alla cura clinica. Per il paziente questo dovrebbe tradursi in maggiore accessibilità, controlli più frequenti per chi è fragile e meno necessità di recarsi fisicamente negli ambulatori o negli ospedali.
Il provvedimento introduce anche una dipendenza pubblica selettiva, volontaria e limitata alle funzioni territoriali più organizzate, come alcune Case della Comunità hub, il coordinamento dei servizi e la continuità assistenziale integrata. Non tutti i medici diventeranno dipendenti del Servizio sanitario nazionale, ma la trasformazione sarà graduale, selettiva e programmata.
Le Regioni avranno un ruolo centrale nel definire dove servono più servizi, quanti professionisti impiegare e quali presidi rafforzare. È prevista inoltre una fase transitoria con tempi definiti: pochi mesi per progettare il modello operativo e circa sei mesi per l’avvio delle prime applicazioni e del monitoraggio dei risultati.
Accanto ai cambiamenti più immediatamente percepibili dai cittadini, la bozza di decreto introduce anche alcune novità organizzative meno evidenti ma decisive per il funzionamento del sistema. Il provvedimento prevede infatti una cornice nazionale capace di superare il modello basato esclusivamente sull’Accordo collettivo nazionale, in modo da passare da un modello centrato prevalentemente sul rapporto individuale a uno che valorizza anche la funzione territoriale organizzata del medico. È inoltre prevista, nella fase transitoria, la possibilità per le aziende sanitarie di assumere su base volontaria medici di medicina generale già in attività e in possesso di specializzazione, per coprire le funzioni territoriali più strutturate.
La posizione della FIMMG e i timori per il rapporto medico-paziente
Molto critica la reazione della FIMMG, la Federazione italiana medici di medicina generale, che giudica il testo “un provvedimento mai discusso con le categorie, inattuabile e pericoloso per i pazienti”. Il sindacato sostiene che è “inaccettabile che una riforma di questa portata, che tocca il rapporto di cura di milioni di cittadini, venga elaborata nell’oscurità del mancato confronto istituzionale”.
Secondo la federazione, alcune scelte rischierebbero di penalizzare sia i medici attualmente in attività sia i giovani professionisti. In particolare, viene contestato il requisito della specializzazione per accedere al canale dipendente, che – afferma la FIMMG – potrebbe escludere una parte significativa dei medici oggi operativi e spingere i più giovani ad abbandonare la medicina generale.
Il sindacato avverte inoltre che “chi governa questo decreto ha costruito una norma che incentiva i giovani medici ad andarsene adesso” e teme conseguenze dirette per i cittadini, con possibile carenza di medici sul territorio. Dal punto di vista assistenziale, la federazione parla di “rischio concreto di un vuoto fiduciario non colmabile” e sostiene che “il cittadino perderà il suo medico di famiglia e troverà uno sportello sanitario anonimo. È il modello del supermercato della salute: inefficiente, impersonale, incapace di gestire la complessità dei malati cronici”.
La FIMMG chiede infine alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di “intervenire direttamente per sospendere l’iter del decreto e aprire un confronto reale con la rappresentanza di categoria prima di qualsiasi ulteriore avanzamento del provvedimento”, sottolineando che la riforma deve prima garantire stabilità e continuità di cura per i cittadini.
CIMO-FESMED: “Con la dipendenza si crea un pericoloso conflitto tra medici”
La Federazione CIMO-FESMED esprime forte contrarietà alla bozza. Secondo il sindacato dei medici ospedalieri, introdurre l’opzione della dipendenza per i medici di medicina generale non è una riforma, ma un errore che rischia di destabilizzare l’intero Servizio sanitario. “Dal nostro punto di vista, l’aspetto più grave è uno – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED –: i medici di medicina generale, diventando dipendenti seppur gradualmente e su base volontaria, entrerebbero a pieno titolo negli stessi meccanismi contrattuali dei medici ospedalieri, diventandone di fatto competitor. Parliamo della gestione dei fondi contrattuali e dei percorsi di carriera: risorse già oggi insufficienti verrebbero ulteriormente frammentate, innescando una competizione diretta tra professionisti che svolgono funzioni profondamente diverse”. Insomma, invece di rafforzare il sistema, per Quici si stanno mettendo “i medici gli uni contro gli altri”.
Ma secondo CIMO-FESMED, le conseguenze non si fermano qui. La presenza delle Case della Comunità sul territorio non è capillare quanto si dice. “In media infatti avremo una Casa di comunità ogni 175 chilometri quadrati, lasciando scoperte intere aree del Paese, soprattutto nelle zone interne e periferiche. E se i medici di famiglia saranno sempre più impegnati all’interno di queste strutture, diminuirà il tempo dedicato all’assistenza domiciliare e di prossimità”. A farne le spese, per Quici, saranno soprattutto i pazienti più fragili, gli anziani e i non autosufficienti che vivono lontano dalle Case della Comunità.
Quici afferma che, senza personale sufficiente, le Case della Comunità resteranno strutture vuote che non ridurranno accessi ospedalieri e liste d’attesa. Chiede dunque un reale rafforzamento del Servizio sanitario, evitando scelte che creino conflitti e peggiorino l’assistenza.
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