Uno studio pubblicato su JAMA Network Open rassicura: SARS-CoV-2 non persiste nella placenta dopo la guarigione materna. Tuttavia, in alcuni casi restano segni di infiammazione e alterazioni strutturali che suggeriscono possibili effetti a lungo termine
Fin dai primi mesi dell’emergenza Covid, la placenta è stata al centro dell’attenzione della ricerca. Era stato dimostrato che il virus SARS-CoV-2 può infettarla durante la fase acuta della malattia, provocando quella che viene definita placentite da Covid, una condizione associata nei casi più gravi anche a esiti infausti come la morte fetale. Restava però un interrogativo cruciale: il virus è in grado di rimanere nel tessuto placentare anche dopo la guarigione della madre? Una domanda non solo teorica, ma con implicazioni dirette per la gestione delle gravidanze e il follow-up delle pazienti.
Lo studio: il virus non persiste nella placenta
A rispondere è uno studio condotto da ricercatori della Yale School of Medicine e pubblicato su JAMA Network Open, che ha analizzato campioni placentari raccolti al momento del parto tra il 2020 e il 2024. I ricercatori hanno confrontato tre gruppi: placente pre-pandemia, placentite acuta da Covid e gravidanze successive alla guarigione dall’infezione. Nei casi di infezione acuta, come atteso, erano chiaramente presenti RNA e proteine virali, insieme ai segni tipici della placentite, come necrosi del trofoblasto e infiammazione. Diverso il quadro nelle donne guarite: nelle placente analizzate tra 40 e 212 giorni dopo l’infezione materna non è stata trovata alcuna traccia né di RNA né di proteine di SARS-CoV-2. Il dato è netto e rassicurante: la placenta non rappresenta un serbatoio persistente del virus.
Non tutto torna come prima: restano segni di infiammazione
L’assenza del virus, però, non coincide sempre con un completo ritorno alla normalità. In alcuni casi, soprattutto nelle gravidanze con esiti sfavorevoli, i ricercatori hanno osservato alterazioni strutturali e infiammatorie del tessuto placentare. Un elemento che suggerisce come il danno possa essere legato non alla presenza diretta del virus, ma alla risposta immunitaria innescata durante l’infezione. In altre parole, la placenta riesce a eliminare SARS-CoV-2, ma può conservare una sorta di “memoria” del danno subito.
Le implicazioni cliniche
I risultati indicano che, dopo la guarigione materna, non vi è evidenza di un’infezione placentare in corso. Anche quando RNA o antigeni virali sono rilevabili in altri tessuti, questo non implica necessariamente la presenza di un virus attivo o replicante. Nel caso della placenta, lo studio esclude questa eventualità nella fase post-acuta, spostando l’attenzione su altri meccanismi: processi immuno-mediati, alterazioni vascolari o fenomeni riparativi potrebbero spiegare le anomalie osservate.
I limiti e le prospettive
Come sottolineano gli autori, lo studio è limitato dal numero ridotto di campioni e dal disegno retrospettivo, che non consente di stimare con precisione quanto siano frequenti i danni placentari né di estendere i risultati a tutte le varianti del virus o ai diversi stati vaccinali. Serviranno quindi ulteriori ricerche per chiarire l’impatto clinico di queste alterazioni e capire se possano avere conseguenze sul lungo periodo per madre e neonato. Il quadro che emerge è duplice: da un lato, la conferma che la placenta è in grado di eliminare il virus dopo l’infezione rappresenta un elemento di rassicurazione importante per clinici e pazienti, dall’altro, la possibilità che restino segni di danno invita a non abbassare l’attenzione.
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