Il trial PERTH rivela che cambiare alimentazione, cucina e prodotti personali riduce rapidamente le sostanze chimiche della plastica presenti nel corpo umano.
Sette giorni possono bastare per ridurre drasticamente la presenza di sostanze chimiche della plastica nel corpo umano. È quanto emerge dal trial clinico PERTH (Plastic Exposure Reduction Transforms Health), condotto dai ricercatori dell’Università dell’Australia Occidentale e pubblicato sulla rivista Nature Medicine. Lo studio, durato tre anni, ha analizzato l’esposizione a composti chimici derivati dalla plastica in 211 adulti sani residenti a Perth, misurando campioni biologici come urine, sangue e secrezioni nasali insieme ai dati sullo stile di vita.
I risultati mostrano che una dieta a basso contatto con materiali plastici (evitando imballaggi, utensili sintetici e prodotti per la cura personale contenenti sostanze chimiche) riduce significativamente i livelli di ftalati e bisfenoli nell’organismo già dopo una sola settimana. I ricercatori sottolineano che l’obiettivo non era modificare la quantità di cibo consumato, ma eliminare l’esposizione invisibile alla plastica lungo l’intera filiera alimentare, dalla produzione alla preparazione domestica.
Le sostanze invisibili della plastica e i loro effetti sull’organismo
La ricerca ha posto particolare attenzione su due famiglie di composti: i bisfenoli, tra cui BPA e BPS, e i ftalati, ampiamente utilizzati per rendere la plastica resistente o flessibile. Queste sostanze, definite interferenti endocrini, possono alterare il sistema ormonale umano e sono state associate a infertilità, disturbi metabolici e malattie cardiovascolari.
Secondo gli scienziati, oltre 16.000 sostanze chimiche vengono comunemente impiegate nella produzione di plastica destinata a imballaggi alimentari, contenitori, utensili da cucina e prodotti cosmetici. L’aspetto più sorprendente emerso dallo studio è che il 100% dei partecipanti presentava già livelli elevati di sostanze chimiche derivate dalla plastica, con almeno sei composti differenti rilevati quotidianamente. Analizzando dieta, ambiente e abitudini personali, il team ha individuato negli alimenti altamente trasformati, confezionati o in scatola una delle principali fonti di esposizione. Non si tratta quindi solo di microplastiche ingerite accidentalmente, ma soprattutto degli additivi chimici che migrano dai materiali plastici agli alimenti.
La ricerca evidenzia come il contatto continuo con questi composti sia ormai parte integrante della vita moderna, rendendo l’esposizione quasi inevitabile senza cambiamenti strutturali nel modo di produrre e consumare il cibo.
Il trial clinico
Dal campione iniziale sono stati selezionati 60 volontari per uno studio clinico randomizzato controllato. I partecipanti sono stati suddivisi in cinque gruppi sperimentali e sottoposti a un intervento mirato su dieta e stile di vita. Sono stati forniti alimenti privi di contatto con plastica, utensili da cucina in acciaio o legno e prodotti per l’igiene personale a basso contenuto chimico. Dopo sette giorni, tutti i gruppi hanno mostrato riduzioni significative rispetto al gruppo di controllo: i ftalati sono diminuiti di oltre il 44% e i bisfenoli di oltre il 50%, confermando l’efficacia immediata delle modifiche ambientali e alimentari.
Dalla filiera alimentare alla cucina domestica
Uno degli aspetti più innovativi dello studio è stato l’intervento sull’intera catena alimentare. I dietologi coinvolti hanno collaborato con più di cento agricoltori e produttori per modificare le modalità di manipolazione e confezionamento degli alimenti, riducendo al minimo l’uso di plastica dal campo alla tavola. I partecipanti hanno continuato a consumare cibi abituali (pasta, carne, frutta, snack e cioccolato) mantenendo invariato l’apporto calorico, dimostrando che la riduzione dell’esposizione non richiede diete restrittive. Il cambiamento decisivo è stato invece “come” il cibo veniva preparato e conservato. Pentole, padelle, bollitori, tostapane e taglieri privi di plastica hanno limitato la contaminazione domestica, evidenziando che l’ambiente della cucina rappresenta una fonte rilevante di esposizione quotidiana.
Secondo i ricercatori, questo risultato dimostra che le scelte individuali possono incidere rapidamente sui livelli chimici corporei, ma evidenzia anche un problema sistemico: finché l’industria alimentare continuerà a dipendere massicciamente dalla plastica derivata da combustibili fossili, la responsabilità non potrà ricadere esclusivamente sui consumatori.
Gli autori dello studio sottolineano che non esiste ancora una soglia considerata “sicura” di sostanze chimiche della plastica nell’organismo umano. Tuttavia, i risultati offrono un segnale incoraggiante: l’esposizione non è irreversibile e può diminuire rapidamente attraverso cambiamenti concreti. La diffusione del BPS, utilizzato come alternativa al BPA, rappresenta però un nuovo campanello d’allarme, poiché potrebbe comportare rischi simili. I ricercatori e i finanziatori del progetto evidenziano che l’esposizione quotidiana a miscele chimiche plastiche riguarda ormai l’intera popolazione. Il prossimo passo del PERTH Trial analizzerà gli effetti di queste sostanze sulla fertilità.
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