Un ampio studio pubblicato su Communications Medicine accende i riflettori sulla sicurezza a lungo termine delle terapie per la sindrome dell’intestino irritabile. Antidepressivi e alcuni antidiarroici risultano associati a un aumento della mortalità, mentre altre classi di farmaci appaiono più sicure
La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è una condizione cronica che interessa fino al 10-15% della popolazione mondiale. Si manifesta con dolore addominale e alterazioni dell’alvo – diarrea, stipsi o entrambe – ed è spesso accompagnata da un impatto significativo sulla qualità della vita. Nonostante l’ampia diffusione, la gestione terapeutica resta complessa. I farmaci disponibili agiscono su sintomi diversi e vengono spesso utilizzati per lunghi periodi, ma i loro effetti nel tempo non sono sempre chiari. A fare luce su questo aspetto è uno studio pubblicato su Communications Medicine, che ha analizzato i dati di oltre 669 mila adulti con IBS provenienti da database clinici statunitensi, con un follow-up fino a 15 anni. L’obiettivo: valutare l’associazione tra le principali terapie farmacologiche e il rischio di mortalità per tutte le cause.
Antidepressivi: un segnale da non ignorare
Il dato più rilevante riguarda gli antidepressivi, spesso utilizzati nella sindrome dell’intestino irritabile per modulare il rapporto intestino-cervello e il dolore viscerale.
Secondo lo studio:
Non solo. I pazienti in terapia antidepressiva mostrano anche un aumento di eventi avversi, tra cui:
Un quadro che suggerisce la necessità di una valutazione più attenta del rapporto rischio-beneficio, soprattutto nel lungo periodo.
IBS con diarrea: attenzione ad alcuni antidiarroici
Nei pazienti con IBS a predominanza diarroica (IBS-D), emergono ulteriori criticità. In particolare con questi due principi attivi di farmaci usati per la cura della patologia:
Questi farmaci, agonisti dei recettori oppioidi periferici, sono comunemente utilizzati per controllare la diarrea. Tuttavia, a dosi elevate o con uso prolungato, possono avere effetti sul cuore, aumentando il rischio di aritmie potenzialmente gravi.
I farmaci “più sicuri”
Non tutte le terapie mostrano segnali di rischio.
Lo studio evidenzia che: gli antispastici non sono associati a un aumento della mortalità, farmaci come rifaximina, eluxadolina e sequestranti degli acidi biliari risultano sicuri nei pazienti con IBS-D e nei pazienti con IBS con stipsi (IBS-C), lassativi come il polietilenglicole e i secretagoghi non mostrano associazioni significative con la mortalità. Un dato rassicurante, soprattutto considerando che molte di queste terapie sono già raccomandate dalle linee guida.
Il nodo della prescrizione
Un elemento chiave riguarda la pratica clinica: gli antidepressivi sono tra i farmaci più prescritti nell’IBS, spesso anche off-label. Secondo alcune stime, fino al 20% dei gastroenterologi li utilizza regolarmente. Alla luce di questi risultati, gli autori invitano a una maggiore prudenza: la scelta terapeutica dovrebbe essere sempre personalizzata, considerando benefici, rischi e durata del trattamento. Lo studio non stabilisce un rapporto causale diretto, ma fornisce un segnale importante basato su dati reali e su una popolazione molto ampia. Una prospettiva che chiama in causa clinici e pazienti e che potrebbe contribuire a ridefinire, nei prossimi anni, le strategie terapeutiche per una patologia tanto diffusa quanto complessa.
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