In occasione della Giornata Internazionale del Parkinson dell'11 aprile, il punto su diagnosi e terapie: non solo farmaci, attività fisica e gestione quotidiana possono fare la differenza sulla qualità di vita
In Italia si stimano circa 250.000 – 300.000 persone affette da malattia di Parkinson (MP). La prevalenza è in crescita, colpendo prevalentemente individui sopra i 60 anni, ma con circa il 10% dei casi che coinvolge persone con meno di 50 anni.
Non solo tremore: una malattia che inizia prima e si vede poco
La Malattia di Parkinson è ancora spesso associata ad un solo disturbo del movimento – il tipico tremore a riposo – presente nel 75% dei casi e al rallentamento motorio, ma nella realtà clinica la malattia esordisce molto prima e in modo più silenzioso. Segnali come perdita dell’olfatto, disturbi del sonno REM, stipsi, depressione o ansia possono precedere la diagnosi anche di anni. Questi sintomi non motori generalmente “prodromici” sono oggi riconosciuti come parte integrante della malattia.
“Il Parkinson è una malattia che inizia molto prima di quando facciamo diagnosi. Quando compaiono i classici sintomi motori, quali tremore a riposo, rallentamento motorio e rigidità, il processo neurodegenerativo è già in fase avanzata. Per questo è fondamentale imparare a riconoscere i segnali precoci, che oggi sappiamo essere numerosi e spesso sottovalutati”, spiega Roberto Marconi, coordinatore del Gruppo di Studio sui Disordini del movimento della SNO – Scienze Neurologiche Ospedaliere.
Quando la malattia è conclamata, accanto ai sintomi motori, esiste poi una dimensione meno visibile ma altrettanto impattante: dolore, affaticamento, insonnia, disturbi cognitivi e dell’umore. Questi aspetti incidono in modo significativo sulla qualità della vita dei pazienti, richiedendo un approccio clinico più ampio rispetto al solo controllo dei sintomi motori.
“Non possiamo più parlare di una MP come unicamente un disturbo del movimento. È una patologia complessa, della vita di relazione, che coinvolge il sonno, le funzioni emozionali e cognitive. Chi come noi è impegnato quotidianamente nella gestione delle persone che ne sono affette sa che è importante cambiare paradigma: il miglior controllo dei sintomi motori è importante, ma dobbiamo considerare la qualità della vita nel suo complesso”, aggiunge Marconi.
Vivere con la Malattia di Parkinson: lavoro, famiglia e qualità della vita
La Malattia di Parkinson non riguarda solo gli anziani, spesso colpisce persone in età lavorativa, con conseguenze importanti su autonomia, occupazione e relazioni familiari. La malattia si estende ben oltre il paziente, coinvolgendo anche i caregiver, chiamati a sostenere un carico assistenziale crescente.
“La gestione della malattia oggi è una sfida quotidiana che va oltre la terapia farmacologica. Significa aiutare il paziente a mantenere il proprio ruolo sociale e lavorativo il più a lungo possibile, e allo stesso tempo sostenere chi se ne prende cura. La pratica clinica e le evidenze scientifiche mostrano quanto siano centrali in tal senso l’attività fisica e la riabilitazione. Una revisione pubblicata dal National Institutes of Health mostra che i pazienti che praticano esercizio fisico regolare presentano un declino più lento della mobilità e della qualità della vita” aggiunge il neurologo.
Anche le raccomandazioni italiane e internazionali sono chiare: sottolineano l’importanza di un approccio integrato che affianchi alla terapia farmacologica interventi riabilitativi e multidisciplinari.
“Quando integriamo correttamente farmaci, riabilitazione e stile di vita, vediamo benefici concreti: meno cadute, maggiore autonomia, migliore equilibrio. Il punto è che questi interventi devono essere strutturati e continuativi, governati e garantiti da percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA) adottati dalle aziende sanitarie in collaborazione con le associazioni dei pazienti e del volontariato”, evidenzia lo specialista SNO.
Le cure oggi e le prospettive future
Sul fronte terapeutico, per la Malattia di Parkinson non esiste ancora una cura definitiva in grado di arrestarne la progressione. Tuttavia, la gestione clinica è profondamente cambiata negli ultimi anni, grazie a un approccio sempre più personalizzato.
“Il nostro obiettivo oggi non è solo controllare i sintomi motori e non motori, ma costruire un percorso di cura su misura. Ogni paziente ha una combinazione diversa di bisogni e richiede un equilibrio specifico tra farmaci, riabilitazione e supporto multidisciplinare”, spiega il neurologo.
Parallelamente, la ricerca sta facendo passi avanti importanti, con studi che puntano a intervenire più precocemente sui meccanismi della malattia. La prospettiva di terapie in grado di modificare il decorso è concreta, ma purtroppo non è ancora realtà clinica.
In un contesto in cui i casi sono in aumento e la popolazione invecchia, il Parkinson si conferma una sfida complessa, ma anche un ambito in cui una gestione più consapevole e integrata può fare una differenza concreta nella vita delle persone.