Salute 26 Marzo 2026 11:09

Sostituire la TV con lettura o lavoro mentale può ridurre il rischio di demenza

Uno studio distingue tra sedentarietà passiva e attiva: leggere o svolgere attività cognitive da seduti è associato a un rischio minore di demenza rispetto alla visione prolungata della TV.

di Arnaldo Iodice
Sostituire la TV con lettura o lavoro mentale può ridurre il rischio di demenza

Per anni la ricerca scientifica ha considerato la sedentarietà come un unico grande fattore di rischio per la salute. Stare seduti troppo a lungo veniva associato indistintamente a malattie cardiovascolari, diabete, depressione e declino cognitivo. Tuttavia, una nuova ricerca pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine introduce una distinzione cruciale: non è solo quanto restiamo seduti a contare, ma cosa facciamo mentre lo siamo. Guardare la televisione per ore rappresenta una forma di sedentarietà mentalmente passiva, mentre leggere, scrivere, studiare o svolgere attività d’ufficio costituiscono comportamenti sedentari mentalmente attivi.

Questa differenza cambia radicalmente il modo di interpretare il rapporto tra stile di vita e salute cerebrale. I video televisivi o i contenuti consumati in modo passivo richiedono uno sforzo cognitivo minimo e riducono l’attivazione delle funzioni mentali superiori. Al contrario, attività come la lettura o il lavoro intellettuale coinvolgono memoria, linguaggio, attenzione e capacità decisionali.

Secondo i ricercatori, proprio questa stimolazione cognitiva continua potrebbe contribuire a mantenere il cervello più resiliente nel tempo. In una società in cui gli adulti trascorrono mediamente 9-10 ore al giorno seduti, comprendere la qualità mentale della sedentarietà diventa quindi un elemento centrale per la prevenzione dell’invecchiamento cognitivo.

Perché l’attività mentale protegge dalla demenza

Lo studio, guidato dal ricercatore svedese Mats Hallgren, affiliato al Karolinska Institutet e alla Deakin University, ha analizzato i dati di oltre 20.000 adulti tra i 35 e i 64 anni seguiti per quasi vent’anni. I risultati mostrano un quadro sorprendente: la sedentarietà non è automaticamente dannosa per il cervello. Ciò che predice il rischio futuro di demenza è il livello di coinvolgimento cognitivo durante il tempo trascorso seduti.

Gli individui che dedicavano più tempo ad attività mentalmente attive presentavano un rischio significativamente inferiore di sviluppare demenza, anche mantenendo invariati i livelli di attività fisica e il tempo totale trascorso seduti. Al contrario, lunghi periodi di comportamenti passivi, come la visione prolungata della TV, risultavano associati a un aumento del rischio. Secondo Hallgren, il cervello non “si spegne” quando il corpo è fermo: continua invece ad adattarsi agli stimoli ricevuti. Se questi stimoli sono poveri, le reti cognitive vengono utilizzate meno; se sono complessi, vengono allenate e rafforzate. Lo studio prospettico consente di osservare la direzione delle associazioni nel tempo, suggerendo che mantenere attiva la mente potrebbe rappresentare una forma concreta di riserva cognitiva contro il declino neurologico.

Prevenire la demenza nella vita quotidiana

L’aspetto forse più importante della ricerca riguarda le implicazioni pratiche. La demenza rappresenta oggi una delle principali cause di disabilità e mortalità nella popolazione anziana mondiale, e la prevenzione si basa soprattutto su fattori modificabili dello stile di vita. I risultati indicano che non è necessario eliminare completamente il tempo sedentario (obiettivo spesso irrealistico) ma trasformarlo. Sostituire anche solo parte del tempo trascorso davanti alla televisione con attività mentalmente stimolanti può ridurre il rischio di declino cognitivo in età avanzata.

Leggere un libro, scrivere, risolvere problemi, studiare una lingua o svolgere compiti professionali cognitivamente impegnativi mantiene attivi i circuiti cerebrali legati all’attenzione e alla memoria. Naturalmente, l’attività fisica resta fondamentale, ma la ricerca sottolinea che la salute del cervello dipende anche da come utilizziamo la mente nei momenti di immobilità.

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