Un biomarcatore nel sangue, la proteina tau fosforilata 217 (p-tau217), potrebbe consentire di identificare il rischio di demenza con decenni di anticipo. Lo suggerisce uno studio pubblicato su JAMA Network Open
Un semplice esame del sangue potrebbe permettere di prevedere il rischio di demenza fino a 25 anni prima della comparsa dei sintomi. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha individuato nella proteina tau fosforilata 217 (p-tau217) un biomarcatore particolarmente promettente per identificare precocemente i segnali della malattia. La ricerca, condotta da un gruppo di scienziati della University of California San Diego, chiarisce che livelli più elevati di p-tau217 nel sangue sono fortemente associati allo sviluppo futuro di deterioramento cognitivo lieve e demenza, anche quando le persone sono ancora completamente asintomatiche. “Il nostro studio suggerisce che potremmo essere in grado di identificare le donne a rischio elevato di demenza decenni prima che i sintomi emergano – spiega Aladdin H. Shadyab, primo autore dello studio e professore associato alla Herbert Wertheim School of Public Health and Human Longevity Science e alla School of Medicine dell’Università della California a San Diego -. Un anticipo così lungo apre la strada a strategie di prevenzione più precoci e a un monitoraggio più mirato, invece di intervenire solo quando i problemi di memoria influenzano già la vita quotidiana”.
Lo studio su oltre 2.700 donne seguite per 25 anni
I risultati si basano sui dati di 2.766 partecipanti al Women’s Health Initiative Memory Study, un grande studio statunitense che ha arruolato donne tra 65 e 79 anni alla fine degli anni Novanta e le ha seguite per un periodo massimo di 25 anni. All’inizio dello studio tutte le partecipanti non presentavano segni di deterioramento cognitivo. I campioni di sangue raccolti al momento dell’arruolamento sono stati analizzati anni dopo per misurare i livelli di p-tau217, una forma della proteina tau legata ai cambiamenti cerebrali tipici della malattia di Alzheimer. Durante il lungo periodo di follow-up, 1.311 donne hanno sviluppato deterioramento cognitivo lieve o demenza. L’analisi ha mostrato che chi aveva livelli più elevati di p-tau217 all’inizio dello studio presentava una probabilità molto maggiore di sviluppare demenza negli anni successivi. In particolare, il rischio aumentava progressivamente con l’aumentare del biomarcatore: le donne con i livelli più alti di p-tau217 erano quelle con la maggiore probabilità di sviluppare demenza nel lungo periodo.
Età, genetica e terapia ormonale influenzano il rischio
Lo studio ha inoltre evidenziato che l’associazione tra p-tau217 e declino cognitivo non è identica per tutte le persone. I livelli elevati del biomarcatore risultavano infatti più fortemente associati al rischio di deterioramento cognitivo o demenza nelle donne con più di 70 anni e in quelle portatrici della variante genetica APOE e4, uno dei principali fattori di rischio per la malattia di Alzheimer. Un altro elemento emerso riguarda la terapia ormonale: il biomarcatore si è dimostrato più predittivo di demenza nelle donne randomizzate al trattamento con estrogeni più progestinici rispetto al placebo. Sono state osservate anche differenze tra donne bianche e nere nell’intensità dell’associazione. Tuttavia, quando i ricercatori hanno combinato il biomarcatore con l’età, la capacità di prevedere la demenza è risultata simile nei due gruppi.
Un test promettente ma non ancora per l’uso clinico
Secondo gli autori, i biomarcatori ematici come p-tau217 rappresentano una prospettiva molto interessante perché meno invasivi e potenzialmente più accessibili rispetto ad altre tecniche diagnostiche. “I biomarcatori del sangue sono particolarmente promettenti perché potrebbero essere utilizzati più facilmente rispetto all’imaging cerebrale o agli esami del liquido cerebrospinale -sottolinea Linda K. McEvoy, autrice senior dello studio e ricercatrice del Kaiser Permanente Washington Health Research Institute -. Questo potrebbe accelerare la ricerca sui fattori che influenzano il rischio di demenza e aiutare a valutare strategie per ridurlo”. Gli stessi ricercatori precisano però che i test basati su biomarcatori ematici non sono ancora raccomandati nella pratica clinica per persone senza sintomi cognitivi. Serviranno ulteriori studi per capire come utilizzare questi strumenti nella routine sanitaria e se una diagnosi così precoce possa realmente modificare il decorso della malattia. L’obiettivo finale, concludono gli autori, non è solo prevedere la demenza ma intervenire prima che si sviluppi, ritardandola o prevenendola del tutto.
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