Uno studio dell’University of Colorado Anschutz propone un test con una sola domanda ai caregiver per individuare l’accumulo compulsivo nelle demenze e ridurre stress, rischi domestici e ritardi nella diagnosi.
Un semplice quesito rivolto ai caregiver potrebbe aiutare a individuare precocemente comportamenti di accumulo compulsivo nei pazienti con Alzheimer e altre forme di demenza. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Neuropsychiatry and Clinical Neurosciences e condotto da ricercatori dell’University of Colorado Anschutz Medical Campus.
Il lavoro, co-diretto da Peter Pressman e Julia Schaffer, con autore principale David Arciniegas, propone uno strumento di screening basato su una sola domanda per segnalare possibili condotte di accumulo. L’obiettivo è chiaro: favorire una diagnosi più rapida e interventi tempestivi, riducendo rischi domestici, tensioni familiari e sovraccarico emotivo per chi assiste il paziente. In contesti clinici spesso affollati, uno strumento agile può fare la differenza tra un problema ignorato e uno affrontato per tempo.
Il Single-Item Hoarding Screen
Il cuore della proposta è il Single-Item Hoarding Screen (SIHS), una domanda rivolta ai caregiver: “C’è qualche preoccupazione riguardo al disordine in casa o a un possibile comportamento di accumulo compulsivo?”. Le risposte possibili sono tre: no, forse, sì. Questo approccio supera i tradizionali questionari lunghi e complessi, spesso poco praticabili nelle cliniche per i disturbi cognitivi, offrendo uno strumento rapido ma mirato per intercettare un segnale di rischio.
I risultati dello studio e le connessioni cliniche
Lo studio ha coinvolto 135 pazienti seguiti in una clinica di neurologia comportamentale, affetti da diverse patologie neurodegenerative, tra cui malattia di Alzheimer, demenza con corpi di Lewy, afasia primaria progressiva e demenza frontotemporale variante comportamentale. Il 23% dei caregiver ha espresso almeno una certa preoccupazione per l’accumulo (10% “sì”, 13% “forse”). I pazienti associati a un “sì” hanno mostrato punteggi significativamente più alti nelle scale validate per il disturbo da accumulo compulsivo. Inoltre, la presenza di questo comportamento era correlata a sintomi depressivi più marcati, a un quadro neuropsichiatrico più severo e a un maggiore stress del caregiver.
Implicazioni pratiche e prospettive future
L’accumulo compulsivo non è solo disordine, ma può tradursi in ambienti insicuri, rischio di cadute, isolamento sociale e conflitti familiari. Inserire una domanda mirata nello screening di routine significa dare dignità clinica a un sintomo spesso sottovalutato. I ricercatori sottolineano la necessità di studi più ampi per confermare l’affidabilità dello strumento in popolazioni diverse, ma l’indicazione operativa è già forte: nella pratica quotidiana, semplicità e sistematicità possono migliorare l’assistenza.
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