La depressione che non risponde ai farmaci non è solo “resistente”, ma frutto di fattori clinici, personali e sociali. Uno studio di W. Paganin, MD, PhD, pubblicato su Frontiers in Psychiatry, mostra come comprendere questa complessità possa guidare cure più efficaci e personalizzate
La depressione che non migliora con le terapie standard rappresenta una delle sfide più complesse della salute mentale contemporanea. Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychiatry dal dott. Walter Paganin, MD, PhD, psichiatra e neuroscienziato, propone il concetto di depressione difficile da trattare (DTD). Paganin, esperto di depressione difficile da trattare e terapie multifamiliari, collabora con centri di ricerca italiani ed esteri ed è autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali. Il suo lavoro analizza come la difficoltà terapeutica nasca non solo dalla risposta ai farmaci, ma dall’intreccio di fattori clinici, cognitivi, sociali e ambientali.
Dalla TRD alla DTD: una nuova prospettiva clinica
Per anni, la depressione resistente al trattamento (TRD) è stata definita solo in base al fallimento di più farmaci. Ma la realtà dei pazienti è più articolata: comorbidità mediche, disturbi cognitivi, condizioni socioeconomiche sfavorevoli e eventi di vita stressanti rendono spesso il trattamento complesso. La definizione di DTD considera tutti questi fattori, sottolineando che la difficoltà non è un fallimento del paziente, ma il risultato di una condizione complessa che richiede strategie personalizzate e multidisciplinari.
L’impatto sulla famiglia e l’importanza del contesto
Un aspetto spesso trascurato della depressione difficile da trattare riguarda il peso della malattia sui caregiver. Quando la malattia diventa cronica o instabile, familiari e persone di riferimento affrontano stress prolungato, rinunce e difficoltà economiche, che possono influenzare anche la salute di chi assiste e, indirettamente, l’efficacia dei trattamenti. Il modello della DTD porta questo tema al centro dell’attenzione: riconoscere il ruolo del contesto familiare significa progettare percorsi di cura più completi, che non si limitino alla prescrizione farmacologica ma includano informazione, supporto e interventi mirati anche per i caregiver. Un approccio di questo tipo favorisce una gestione più efficace della malattia, migliorando aderenza alle cure e qualità della vita complessiva per pazienti e famiglie.
Oltre lo stigma: cambiare il linguaggio per cambiare la cura
Parlare di depressione “resistente” rischia di trasmettere l’idea che il miglioramento sia impossibile, generando frustrazione e sfiducia sia nei pazienti sia nei familiari. La definizione di depressione difficile da trattare (DTD), invece, sposta l’attenzione dalla volontà del paziente alla complessità della malattia e del contesto in cui si manifesta. Questo approccio riduce le etichette colpevolizzanti e favorisce una visione più realistica e inclusiva della malattia, aprendo la strada a cure più efficaci e comprensive.
Implicazioni per la pratica clinica
Il passaggio da TRD a DTD, quindi, ha conseguenze concrete su:
Questa prospettiva più realistica e inclusiva apre la strada a una gestione della depressione più efficace, coinvolgendo pazienti, famiglie e specialisti.