Lo studio pubblicato su The Embo Journal mostra come l’accumulo di danni al Dna non sia solo un segno dell’età, ma un fattore attivo nella neurodegenerazione dell’Alzheimer.
Uno studio italiano ha individuato nei telomeri danneggiati, le regioni terminali dei cromosomi che si deteriorano con l’invecchiamento, una delle cause della neurodegenerazione nell’Alzheimer, la forma più diffusa di demenza, che colpisce oltre 55 milioni di persone nel mondo. La ricerca indica anche un nuovo e potenziale bersaglio terapeutico, collegando in modo diretto i meccanismi biologici dell’età avanzata ai processi patologici cerebrali.
Come sottolinea Fabrizio D’Adda Di Fagagna, (Ifom-Ets, Istituto Airc di oncologia molecolare e Istituto di genetica molecolare del Cnr), coordinatore della ricerca, “l’invecchiamento è il principale fattore di rischio per molte malattie tra cui il cancro, le malattie cardiovascolari e quelle neurodegenerative”, e proprio da questa consapevolezza nasce l’estensione dello studio alla malattia di Alzheimer, che condivide con l’invecchiamento l’accumulo di danno al Dna.
Il ruolo causale del danno al Dna
Secondo i ricercatori, il punto cruciale non è solo la presenza di danni genetici, ma la loro persistenza. D’Adda Di Fagagna spiega che è stato dimostrato come “il danno persistente ai telomeri non è solo un segno dell’età, ma un meccanismo causale della patologia”. La ricerca, coordinata dall’Ifom-Ets insieme all’Istituto italiano di tecnologia e all’Università di Firenze e pubblicata su The Embo Journal, si inserisce nel programma Age-It finanziato dal Pnrr, che affronta l’invecchiamento della popolazione con un approccio interdisciplinare. Gli scienziati ricordano che l’Alzheimer insorge soprattutto dopo i 65 anni e che l’età avanzata rappresenta il principale fattore di rischio nelle forme sporadiche, che costituiscono il 95% dei casi.
Dalla scoperta alla possibile terapia
Nel corso degli esperimenti, è emerso che il cervello dei modelli murini di Alzheimer accumula danni ai telomeri capaci di attivare una risposta di allarme cellulare.
Questa risposta, normalmente temporanea e utile alla riparazione, nei neuroni diventa persistente e si trasforma in un fattore che accelera la degenerazione neuronale.
La parte più promettente dello studio riguarda però la possibilità di intervenire su questo processo: riducendo la risposta cellulare al danno, i ricercatori sono riusciti a migliorare la sopravvivenza dei neuroni e ad attenuare alterazioni molecolari tipiche della malattia. “Questa scoperta – conclude D’Adda Di Fagagna – suggerisce che intervenire sul danno telomerico, il tallone d’Achille del nostro Dna, con approcci mirati potrebbe rappresentare una nuova strategia terapeutica per contrastare la progressione della malattia di Alzheimer”.