In Italia aumentano gli ospiti delle residenze assistenziali e sociali, soprattutto anziani molto fragili e donne ultraottantenni. Ma l’offerta resta profondamente diseguale tra Nord e Sud
Le porte delle residenze assistenziali si aprono sempre più spesso, ma non ovunque allo stesso modo. In un’Italia che invecchia rapidamente e che vede crescere fragilità sociali e sanitarie, le strutture residenziali diventano un punto di riferimento essenziale. Eppure, come raccontano gli ultimi dati Istat, l’accesso a questi servizi resta fortemente condizionato dal luogo in cui si vive. Al 1° gennaio 2024 i presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari attivi nel Paese sono quasi 13mila, con oltre 426mila posti letto disponibili. Un’offerta in crescita, che ha registrato un aumento significativo rispetto all’anno precedente. Ma dietro i numeri si nasconde una frattura geografica che continua a penalizzare il Mezzogiorno.
Anziani sempre più numerosi e sempre più fragili
Tre ospiti su quattro delle strutture residenziali sono anziani. E tra loro prevalgono nettamente gli ultraottantenni, in gran parte donne. Oltre il 77% ha superato gli 80 anni e, nella maggioranza dei casi, si tratta di persone non autosufficienti, con bisogni assistenziali complessi e continuativi. Il tasso di ricovero cresce con l’età: tra gli over 80 si contano quasi 50 ospiti ogni 1.000 residenti, mentre scende drasticamente sotto i 75 anni. Un dato che fotografa con chiarezza l’impatto dell’invecchiamento sulla domanda di assistenza residenziale.
Nord e Sud, due velocità dell’assistenza
È sul territorio che le disuguaglianze emergono con più forza. Nel Nord-Est si registrano oltre 10 posti letto ogni 1.000 residenti, mentre nel Sud l’offerta si ferma a poco più di 3. Una distanza che si riflette direttamente nei tassi di istituzionalizzazione degli anziani. Nelle regioni settentrionali prevalgono strutture dedicate agli anziani non autosufficienti, che rappresentano oltre il 70% dei servizi. Nel Mezzogiorno, invece, la quota di anziani accolti in residenza è molto più bassa: in media solo 9 su 1.000, con punte minime come la Campania, dove il dato scende a 4 su 1.000. Una differenza che non racconta minori bisogni, ma una minore disponibilità di risposte.
Non solo anziani: disabilità, disagio e accoglienza
Le residenze non ospitano solo anziani. Circa 72mila sono adulti tra i 18 e i 64 anni, spesso con disabilità o patologie psichiatriche. Tra gli uomini sono frequenti anche le dipendenze, mentre tra le donne emergono situazioni di fragilità legate alla maternità o alla violenza di genere. Le donne vittime di violenza accolte nelle strutture sono oltre 600, una quota piccola in termini assoluti ma significativa per il tipo di protezione richiesta. Presenti anche gli stranieri adulti, poco più di 9mila, concentrati soprattutto nel Nord-Est.
Minori: adolescenza fragile e solitudini precoci
Sono circa 22mila i minori ospitati nei presidi residenziali. Sei su dieci hanno tra gli 11 e i 17 anni, un’età delicata in cui fragilità familiari, disagio sociale e problemi di salute mentale si intrecciano. Quasi la metà sono minori stranieri, molti dei quali privi di una figura parentale di riferimento. Non tutti presentano problematiche specifiche, ma per oltre quattro ragazzi su dieci il percorso in struttura è legato a difficoltà sanitarie, dipendenze o condizioni di disagio complesso.
Chi gestisce le strutture e chi se ne prende cura
Il sistema residenziale poggia in larga parte sul non profit, che detiene quasi la metà della titolarità delle strutture. La gestione è prevalentemente privata, spesso affidata a enti del terzo settore. Accanto a loro operano enti pubblici e religiosi. Il personale è numeroso: quasi 395mila operatori, tra dipendenti, volontari e servizio civile. Una quota significativa è composta da lavoratori stranieri, soprattutto al Nord, dove in alcune regioni superano il 25% del personale. Al Sud, invece, la loro presenza resta marginale. Il quadro che emerge dai dati Istat è quello di un sistema in espansione, ma ancora lontano dall’essere equo. I bisogni aumentano, la popolazione invecchia, le fragilità si moltiplicano. Ma l’offerta resta diseguale, lasciando intere aree del Paese con risposte insufficienti.
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