Salute 14 Gennaio 2026 16:41

Proteine intelligenti e terapie “on demand”: così la ricerca italiana punta a cambiare la cura dell’Alzheimer

Un nuovo approccio terapeutico punta a rendere i neuroni più resilienti, intervenendo non sulle cause ma sulle conseguenze della malattia. Proteine “intelligenti” attivabili da farmaci – o autoattivanti – per contrastare il declino cognitivo

di Isabella Faggiano
Proteine intelligenti e terapie “on demand”: così la ricerca italiana punta a cambiare la cura dell’Alzheimer

Il 2026 si apre con un segnale incoraggiante per la ricerca italiana sull’Alzheimer. Il professor Cristian Ripoli, ordinario di Fisiologia alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma, è il vincitore del Mid-Career Award 2025 promosso da Airalzh Onlus e dalla Fondazione Armenise-Harvard, un finanziamento da 200mila dollari destinato a sostenere progetti innovativi nel campo delle malattie neurodegenerative. Un riconoscimento che premia un filone di ricerca avviato da anni dal gruppo di Ripoli, già sostenuto da fondi nazionali e internazionali, e che ora entra in una fase decisiva. Il team di ricercatori sta studiando un nuovo approccio terapeutico che punta a rendere i neuroni più resilienti, intervenendo non sulle cause ma sulle conseguenze della malattia. Si tratta di proteine “intelligenti” attivabili da farmaci – o autoattivanti – per contrastare il declino cognitivo.

Dalle cause alle conseguenze della malattia

La maggior parte delle strategie terapeutiche oggi in sperimentazione per l’Alzheimer si concentra sui meccanismi che innescano la patologia, come l’accumulo di proteine tossiche nel cervello. L’approccio del gruppo romano, invece, cambia prospettiva. “La malattia di Alzheimer non è solo genetica, ma in gran parte sporadica e non sempre è possibile intervenire sulle cause. Per questo abbiamo scelto di agire sulle conseguenze, in particolare sul malfunzionamento delle sinapsi e sulla perdita di plasticità neuronale, che sono alla base del deficit cognitivo”, spiega Ripoli, in un’intervista a Sanità Informazione. L’obiettivo è ambizioso: rendere le sinapsi più forti, plastiche e resilienti, capaci di continuare a funzionare anche in un contesto patologico.

Proteine ingegnerizzate come “interruttori molecolari”

Il cuore del progetto è lo sviluppo di proteine ingegnerizzate, già presenti nei neuroni, ma modificate per diventare attivabili “a comando”. Una sorta di interruttore molecolare che può essere acceso attraverso farmaci già noti, sicuri e approvati. “È un po’ come progettare edifici antisismici: non possiamo prevedere né evitare il terremoto, ma possiamo costruire strutture capaci di resistere all’urto. Allo stesso modo, vogliamo rendere i neuroni più resistenti alla malattia”, racconta il ricercatore. Le proteine vengono prima caratterizzate in vitro, poi trasferite nei neuroni tramite vettori virali adeno-associati, in grado di raggiungere il cervello anche dopo somministrazione sistemica. Parallelamente, il gruppo sta esplorando anche l’utilizzo di RNA messaggero, sulla scia delle tecnologie sviluppate per i vaccini anti-Covid.

Dalla prevenzione alla terapia

L’approccio è stato testato sia in modelli sperimentali con malattia conclamata sia in modelli in cui la patologia era destinata comunque a svilupparsi. “Quando interveniamo in modo preventivo, i sintomi compaiono molto più tardi e in forma decisamente più lieve”, sottolinea Ripoli. Un altro aspetto cruciale è la sicurezza: le proteine non hanno mostrato effetti dannosi su altri organi, un passaggio fondamentale per qualunque prospettiva di applicazione clinica futura.

La sfida dell’autoattivazione “on demand”

Grazie al nuovo finanziamento, il progetto potrà spingersi oltre. Uno degli obiettivi più innovativi è lo sviluppo di un sistema terapeutico autonomo, capace di attivarsi solo quando il neurone entra in uno stato di sofferenza. “Stiamo progettando proteine che si accendono da sole quando specifici enzimi sentinella segnalano un danno precoce. È una terapia on demand: interviene solo nella cellula malata e solo nel momento del bisogno, prima che la degenerazione diventi irreversibile”, spiega Ripoli. Un ulteriore passo prevede l’attivazione delle proteine tramite farmaci antinfiammatori, combinando in un unico trattamento più benefici terapeutici.

Dalla ricerca di base alla prospettiva clinica

Il progetto verrà validato anche su neuroni derivati da pazienti affetti da Alzheimer, oltre che su modelli sperimentali. Un passaggio essenziale per rafforzarne il potenziale traslazionale, pur nella consapevolezza che il percorso verso la clinica richiederà ancora tempo. Il Mid-Career Award, rivolto a ricercatori a capo di laboratori indipendenti da almeno cinque e non più di dodici anni, nasce proprio per sostenere questa fase delicata della carriera scientifica. Un impegno condiviso da Airalzh e dalla Fondazione Armenise-Harvard, che da anni investono nella ricerca di base come fondamento indispensabile per future terapie.


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