Salute 13 Maggio 2025 09:44

Parkinson: una sfida terapeutica oltre la dopamina

l Parkinson si presenta con un’ampia variabilità clinica, legata alla combinazione di fattori genetici e ambientali. Il Dr. Massimo Marano sottolinea l’importanza di un approccio terapeutico personalizzato che vada oltre la sola modulazione dopaminergica. La sfida, oggi, è integrare il trattamento dei sintomi motori e non motori con strategie innovative mirate anche alle basi molecolari della malattia
di Camilla De Fazio
Parkinson: una sfida terapeutica oltre la dopamina

Negli ultimi decenni la malattia di Parkinson ha assunto un ruolo sempre più rilevante nella neurologia clinica, non solo per la sua diffusione crescente, ma anche per la complessità del quadro sintomatologico e terapeutico che lo caratterizza.

Massimo Marano, neurologo presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma, evidenzia come sia necessario rivedere l’approccio diagnostico e terapeutico per intercettare la reale complessità della malattia. “Il Parkinson è una malattia molto democratica – spiega – perché ormai colpisce qualsiasi età, soprattutto a partire dai 40-50 anni, e a qualsiasi latitudine”. Questo dato riflette non solo l’ampliarsi delle fasce di popolazione interessate, ma anche la complessità biologica del disturbo. Il Parkinson è infatti una malattia multifattoriale, in cui una predisposizione genetica interagisce con fattori ambientali, portando a un danno progressivo dei neuroni responsabili del metabolismo della dopamina.

Il quadro clinico della malattia, continua Marano, “è causato da uno spettro di sintomi molto eterogenei, tra cui sintomi motori e sintomi non motori”. Questi ultimi sono spesso più difficili da riconoscere e trattare, ma incidono in modo altrettanto profondo sulla qualità della vita del paziente. Alla base di tutto, però, resta un elemento chiave: “il danneggiamento di alcune cellule cerebrali che si occupano del metabolismo della dopamina”, un neurotrasmettitore centrale nel funzionamento del movimento e dell’umore.

Oltre la dopamina: il bisogno di un approccio multidimensionale
Le attuali terapie farmacologiche mirano principalmente a compensare il deficit dopaminergico. Come spiega Marano, “i farmaci che possiamo utilizzare mirano a far riformare quella dopamina che i neuroni danneggiati non riescono più a produrre, a custodirla fino alla sinapsi e far sì che quella dopamina perduri più a lungo possibile nella sua efficacia”. Tuttavia, non tutti i sintomi rispondono al trattamento dopaminergico, e molti dipendono anche da alterazioni di altri neurotrasmettitori, come noradrenalina e serotonina oppure del metabolismo colinergico. “Una cura completa, integrata, farmacologica, del paziente con malattia di Parkinson può richiedere quindi l’utilizzo di agenti non dopaminergici allo scopo di migliorare la qualità della vita del soggetto”.

Questo è uno dei punti in cui la terapia attuale mostra ancora dei limiti. “Attualmente non siamo ancora in grado di colmare pienamente i divari terapeutici tra la dopamina e gli altri neurotrasmettitori coinvolti nella malattia”, afferma Marano, sottolineando l’importanza di sviluppare farmaci che agiscano su diversi pathway metabolici, per offrire un trattamento davvero completo. La variabilità individuale della malattia rappresenta un ulteriore ostacolo: “Non sempre tutte le molecole vanno bene per ogni paziente”, e questo rende cruciale un approccio personalizzato alla farmacoterapia.

Le nuove frontiere: contrastare l’accumulo patologico di alfa-sinucleina
Un’altra importante area di ricerca è quella legata all’origine neuropatologica del Parkinson. La malattia è caratterizzata dall’accumulo anomalo di una proteina chiamata alfa-sinucleina. “È una proteina fisiologicamente utile per strutturare le sinapsi”, spiega il neurologo, ma nella malattia assume conformazioni tossiche, che si depositano nel sistema nervoso e ne compromettono la funzionalità. Questi aggregati sono tra i principali responsabili della morte neuronale progressiva che dà origine sia ai sintomi motori che a quelli non motori.

Le sfide terapeutiche del futuro mirano proprio a questa dimensione molecolare della malattia: “limitare questi depositi e ripulire il sistema nervoso da queste sostanze tossiche”.

 

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