SINPIA, ISS e UNICEF richiamano l’attenzione sulla sofferenza dei più giovani e sull’importanza di intercettare il disagio prima dell’emergenza
Ogni nove minuti, nel mondo, un adolescente tra i 15 e i 19 anni muore per suicidio. Nel 2024 sono stati 59.322 i decessi in questa fascia d’età, secondo le stime delle Nazioni Unite riportate dall’UNICEF, anche se la disponibilità dei dati resta disomogenea, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. È uno dei numeri che accompagnano la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che si celebra domani, 10 settembre.
In Italia il fenomeno presenta numeri più contenuti rispetto a molti altri Paesi, ma resta una delle principali cause di morte tra i giovani. Tra i 15 e i 29 anni il suicidio è la terza causa di morte, dopo incidenti stradali e tumori, mentre tra i maschi è la seconda. Nel 2023 sono stati registrati 3.830 suicidi tra le persone di almeno 15 anni, con un tasso standardizzato di 6,9 per 100mila abitanti, contro i 3.934 del 2022.
Il dato complessivo, però, racconta solo una parte del problema. In Europa circa un adolescente su cinque mette in atto comportamenti di autolesionismo. Pensieri di morte, ideazione suicidaria, autolesionismo, isolamento, ritiro sociale e disperazione possono rappresentare segnali di una sofferenza che deve essere riconosciuta prima che diventi emergenza. È su questa capacità di intercettare precocemente il disagio che convergono le indicazioni di SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) Istituto Superiore di Sanità (ISS) e UNICEF alla vigilia del 10 settembre.
Adolescenti, i segnali da riconoscere prima che diventino emergenza
Nell’infanzia il suicidio è raro, ma già in età scolare possono comparire pensieri di morte, ideazione suicidaria e comportamenti autolesivi. L’adolescenza è una fase particolarmente delicata per i cambiamenti neurobiologici, emotivi e relazionali, la maggiore impulsività e la sensibilità agli eventi interpersonali.
Autolesionismo non suicidario e suicidalità non coincidono, ma sono correlate: chi si autolesiona presenta una probabilità circa quattro volte maggiore di tentare il suicidio nel corso della vita. Tra i fattori di rischio rientrano depressione, precedenti tentativi di suicidio, autolesionismo, bullismo e cyberbullismo, uso di sostanze, conflitti familiari, isolamento sociale e difficoltà nelle relazioni con i coetanei. A proteggere possono contribuire invece il sostegno familiare, il senso di appartenenza alla scuola, la resilienza, le relazioni positive con i pari e la presenza di adulti significativi.
Anche in Italia emergono differenze rilevanti. Nel 2023 circa il 75% dei suicidi ha riguardato uomini, con un tasso standardizzato di 11,2 per 100mila tra gli uomini contro 3,0 tra le donne: il rischio maschile è quasi quattro volte superiore. I dati 2019-2020 mostrano un aumento del rischio con l’età, soprattutto tra gli uomini, mentre nel periodo post-pandemico è stato osservato un incremento relativo del rischio tra gli under 25.
Il fenomeno varia anche sul territorio: nel 2023 il rischio è stato maggiore nel Nord-Est e minore nel Mezzogiorno, mentre le Isole, in particolare la Sardegna, hanno registrato valori superiori alla media nazionale. I tassi regionali più elevati sono quelli di Valle d’Aosta, Sardegna e Piemonte; i più bassi quelli di Campania, Liguria e Lazio.
Il disagio arriva sempre più spesso ai servizi per l’età evolutiva
Al Bambino Gesù le consulenze neuropsichiatriche in pronto soccorso sono passate da 155 nel 2011 a 1.675 nel 2025. Gli accessi per autolesionismo, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio sono cresciuti nello stesso periodo da 12 a 445.
Numeri che non devono alimentare allarmismi, ma indicano la necessità di intervenire prima. Anche il modo di parlare del suicidio è parte della prevenzione: chiedere a un ragazzo se pensa alla morte non gli mette l’idea in testa, ma può offrirgli l’occasione di raccontare una sofferenza rimasta nascosta. Per le situazioni urgenti il Bambino Gesù mette a disposizione Lucy, 06.6859.2265, linea per consulenze psicologiche urgenti attiva 24 ore su 24, tutti i giorni. L’obiettivo, però, è fare in modo che il pronto soccorso non sia il primo luogo in cui il problema viene riconosciuto. Famiglia, scuola, pediatri, medici di medicina generale, educatori, allenatori e servizi sanitari devono poter intercettare i segnali e sapere come orientare la persona. La prevenzione passa anche dalla Mental Health Literacy, cioè dalla capacità di riconoscere il disagio emotivo, comprenderne le manifestazioni e sapere come e dove chiedere aiuto. Ridurre lo stigma significa rendere più facile dire di non stare bene e accedere alle cure.
Famiglia e scuola, i primi luoghi della prevenzione
La famiglia può rafforzare comunicazione, sostegno emotivo e relazioni sicure, anche attraverso programmi di parent training e sostegno alla genitorialità. La scuola può invece migliorare la capacità di riconoscere il rischio e favorire la richiesta di aiuto attraverso programmi rivolti all’intera comunità scolastica, formazione degli insegnanti, educazione socio-emotiva e life skills, prevenzione di bullismo e cyberbullismo e procedure chiare per affrontare le situazioni di rischio.
La promozione della salute neuropsichiatrica deve quindi coinvolgere giovani, genitori, insegnanti, pediatri, medici di medicina generale, educatori, allenatori e comunità. L’obiettivo è costruire una cultura nella quale chiedere aiuto sia normale e nella quale gli adulti sappiano riconoscere precocemente una difficoltà.
Le “sentinelle di comunità” per intercettare il rischio
È questo il principio alla base del progetto europeo per la formazione delle “sentinelle di comunità”: persone capaci di riconoscere i primi segnali di rischio suicidario, offrire un primo supporto non specialistico e collegare la persona ai servizi.
Il progetto rientra nella Joint Action europea PRISM – Prevention oriented RIghts-based approach to Support Mental health in vulnerable population groups, nell’ambito di EU4Health 2025-2028, alla quale l’Italia partecipa come autorità competente. Il Paese sta adattando Bizi, programma sviluppato dal Servizio sanitario basco Osakidetza e riconosciuto dalla Commissione europea come pratica efficace o promettente. Il percorso è gratuito, online e interattivo, dura circa 90 minuti e utilizza video, audio, casi simulati ed esercitazioni. Le competenze sviluppate sono tre: riconoscere precocemente il rischio, offrire una prima risposta adeguata e orientare verso l’assistenza specialistica, senza sostituirsi ai professionisti della salute mentale. La fase pilota coinvolgerà gli operatori dei Telefoni Verdi istituzionali e i medici di medicina generale. L’efficacia sarà valutata attraverso conoscenze, atteggiamenti e percezione di autoefficacia prima della formazione, subito dopo e a sei mesi, insieme alla soddisfazione e all’utilità percepita. Dopo il pilota, la formazione dovrebbe essere estesa ad altre categorie professionali.
Anche le linee di ascolto rappresentano un punto di osservazione importante. Telefono Amico Italia ha ricevuto oltre 6.700 richieste di aiuto legate all’ideazione suicidaria nel 2024 e più di 4.200 nei primi sei mesi del 2026, in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Lo studio ViolHelp dell’ISS ha inoltre evidenziato il valore delle linee telefoniche nell’identificare potenziali segnali di violenza auto- ed etero-diretta.
Nel mondo pesano anche disuguaglianze e accesso ai servizi
Il quadro internazionale mostra che la prevenzione è anche una questione di disuguaglianze e accesso alla salute mentale. Secondo il Report Card 20 di UNICEF Innocenti, nel 2023 i tassi di suicidio tra i 15 e i 19 anni nei Paesi ad alto reddito erano più bassi a Cipro, Grecia e Malta, mentre i più elevati si registravano in Uruguay e Nuova Zelanda. Anche a livello internazionale il tasso è generalmente più alto tra i ragazzi.
L’Italia, con 2,82 suicidi per 100mila tra i 15 e i 19 anni, presenta uno dei valori più bassi d’Europa. Ma i dati restano incompleti e poco omogenei in molte aree del mondo, soprattutto dove i sistemi di salute mentale sono meno finanziati. A incidere sono anche le condizioni in cui bambini e adolescenti crescono: violenza, discriminazione, isolamento e norme di genere dannose possono aumentare la vulnerabilità. Un’analisi UNICEF del 2026 sull’abuso sessuale infantile facilitato dalle tecnologie ha inoltre rilevato che, nei Paesi analizzati, i bambini vittime di sfruttamento e abuso sessuale mediato dalla tecnologia avevano una probabilità quattro volte maggiore di riferire pensieri o comportamenti suicidari e autolesionismo.
Da qui le richieste alle istituzioni: strategie nazionali multisettoriali di prevenzione finanziate e con responsabilità chiare; interventi basati sulle evidenze; servizi territoriali di salute mentale accessibili; percorsi adeguati all’età, sensibili al genere e inclusivi della disabilità nelle cure primarie, nelle scuole, nei servizi sociali, nella protezione dell’infanzia e nell’emergenza, con invio e follow-up.
Tra le priorità rientrano anche la depenalizzazione dei tentativi di suicidio, sostituendo le risposte punitive con cura e tutela dei diritti, e il rafforzamento della raccolta dati su suicidi, tentativi e autolesionismo, disaggregati per età e sesso e nel rispetto della privacy. Importante anche coinvolgere in modo significativo e sicuro adolescenti, giovani, persone con esperienza diretta di suicidio e persone che hanno perso una persona cara.
Cambiare la narrazione per arrivare prima alla cura
Il tema della Giornata mondiale 2026, “Cambiare la narrazione del suicidio”, porta quindi la prevenzione oltre l’emergenza. Significa creare condizioni nelle quali il disagio possa essere riconosciuto, raccontato e trattato quando c’è ancora tempo per intervenire. Su questo si concentra anche la conferenza “Il suicidio in età evolutiva: dalla clinica al trattamento”, in programma domani, 10 settembre, a Genova, dedicata ai fattori di rischio e protezione, all’identificazione precoce, alla gestione delle crisi e ai percorsi tra ospedale e territorio. La sfida è fare in modo che il primo contatto con il sistema di cura non avvenga quando la sofferenza è già diventata un’emergenza. Una famiglia che ascolta, una scuola che riconosce un segnale, un medico che sa orientare, un servizio territoriale accessibile o una linea di ascolto possono diventare altrettanti punti di accesso all’aiuto. Perché dietro ogni numero c’è una persona. E molto prima dell’emergenza possono esserci parole, comportamenti e richieste di aiuto che qualcuno deve essere preparato a riconoscere.
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