La stimolazione theta-burst intermittente ha prodotto un calo dei sintomi superiore al placebo nel breve periodo. Restano da definire durata, dosaggio e possibili sedute di mantenimento.
Una forma rapida di stimolazione cerebrale magnetica può ridurre i sintomi della depressione maggiore nel giro di pochi giorni, ma il vantaggio rispetto al placebo sembra attenuarsi entro un mese. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Network Open, dedicato alla stimolazione theta-burst intermittente, o iTBS, tecnica non invasiva che utilizza brevi impulsi magnetici per modulare l’attività delle aree cerebrali coinvolte nella regolazione dell’umore. I ricercatori hanno reclutato 73 adulti tra 22 e 65 anni con disturbo depressivo maggiore presso una clinica ambulatoriale della Norvegia settentrionale. I partecipanti sono stati assegnati casualmente al trattamento attivo, in 41 casi, oppure a una procedura placebo, in 32. Tutti hanno ricevuto una seduta al giorno per dieci giorni feriali consecutivi.
I sintomi sono stati valutati prima dell’inizio, al quinto giorno, al termine del ciclo e quattro settimane dopo. Già dopo cinque sedute, i pazienti trattati con iTBS mostravano un miglioramento superiore rispetto al gruppo di controllo. Al termine, la riduzione dei sintomi valutata dai medici era pari a circa il 42%, contro il 22% osservato con il placebo nel breve periodo.
Una versione più veloce della stimolazione magnetica
Il disturbo depressivo maggiore viene trattato soprattutto con psicoterapia, farmaci antidepressivi o una combinazione dei due approcci. In molti pazienti queste strategie producono risultati soddisfacenti, ma una quota significativa non ottiene un beneficio sufficiente o duraturo. È in questo spazio terapeutico che si inserisce la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva, nota come rTMS, che impiega campi magnetici per attivare specifiche regioni della corteccia cerebrale. La iTBS rappresenta una variante più rapida: eroga sequenze di impulsi organizzate secondo un ritmo che imita alcune oscillazioni naturali del cervello e consente di completare la seduta in tempi più brevi rispetto alla rTMS convenzionale.
Approvata negli Stati Uniti per l’uso clinico nel 2018, la tecnica è già impiegata contro la depressione, soprattutto nei casi che rispondono poco ai trattamenti tradizionali. Restavano però aperte alcune domande: quanto supera realmente il placebo, se il ciclo comunemente utilizzato sia adeguato e quanto a lungo persistano i miglioramenti. Per rendere il confronto credibile, il gruppo di controllo ha ricevuto una procedura simulata con una bobina capace di riprodurre aspetto, rumore e sensazione del dispositivo reale, compreso il formicolio sul cuoio capelluto, senza però stimolare il cervello.
Questo disegno randomizzato e controllato ha permesso di isolare meglio l’effetto specifico degli impulsi magnetici dalle aspettative dei pazienti e dall’attenzione ricevuta durante il percorso clinico. I partecipanti e i clinici incaricati delle valutazioni non sapevano quale trattamento fosse stato somministrato, riducendo il rischio che convinzioni e aspettative influenzassero i risultati. Dieci sedute consecutive rispecchiavano inoltre un regime praticabile nei servizi ambulatoriali clinici.
Valutazioni cliniche e percezione dei pazienti
I risultati non sono stati identici a seconda dello strumento utilizzato. Nelle valutazioni effettuate dai medici, il gruppo sottoposto a iTBS ha mostrato meno sintomi depressivi sia al quinto sia al decimo giorno, con una differenza statisticamente significativa rispetto al placebo. Nei questionari compilati direttamente dai partecipanti, invece, il miglioramento appariva simile nei due gruppi.
Questa discrepanza suggerisce che la risposta al trattamento possa variare in base al metodo di misurazione e che la percezione soggettiva del beneficio non coincida sempre con l’osservazione clinica. I controlli programmati hanno consentito di seguire l’evoluzione della risposta, distinguendo l’effetto immediato da quello più tardivo. Il dato più solido resta quindi la rapidità del miglioramento osservato durante il ciclo attivo nei primi dieci giorni.
Il nodo della durata e delle sedute di mantenimento
Il limite principale emerso dallo studio riguarda la durata dell’effetto. A quattro settimane dalla conclusione delle dieci sedute, il vantaggio iniziale della iTBS non era più evidente: il gruppo placebo aveva continuato a migliorare fino a raggiungere risultati simili a quelli dei pazienti trattati con la stimolazione reale. Questo non significa necessariamente che la tecnica sia inefficace. Al contrario, i dati indicano che può produrre una riduzione rapida dei sintomi, un elemento potenzialmente importante nei pazienti con depressione grave o resistente. Tuttavia, un ciclo di dieci giorni potrebbe essere troppo breve per consolidare la risposta nel tempo. Gli autori sottolineano quindi la necessità di individuare la dose più adatta, il numero ottimale di sedute e l’eventuale utilità di trattamenti di mantenimento o richiami periodici. Sarà inoltre importante comprendere quali pazienti abbiano maggiori probabilità di rispondere e se la iTBS offra risultati più stabili quando viene associata a farmaci o psicoterapia. Lo studio è stato condotto su un campione relativamente piccolo e in un unico contesto clinico, perciò i risultati dovranno essere confermati in gruppi più ampi e diversificati.
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