Una revisione di 38 studi suggerisce che diventare consapevoli nei sogni potrebbe aiutare a ridurre incubi, ansia e sintomi del PTSD.
Un nuovo studio suggerisce che il sogno lucido (quello stato in cui ci si rende conto di stare sognando e si può influenzare attivamente ciò che accade) potrebbe diventare uno strumento terapeutico per la salute mentale.
Un gruppo di ricercatori ha condotto un’ampia revisione della letteratura scientifica, analizzando 38 studi peer-review che coinvolgevano adulti sani e pazienti con disturbi come PTSD e morbo di Parkinson. Sono stati inclusi solo esperimenti con prove oggettive, come segnali oculari concordati o tracciati EEG. La revisione è stata pubblicata su Annals of Medicine & Surgery e indica che questo particolare stato di coscienza potrebbe aiutare a trattare incubi cronici e stress post-traumatico.
Cosa accade nel cervello quando diventiamo consapevoli di sognare
Dal punto di vista neurologico, il sogno lucido non è semplicemente un “sogno più vivido”, ma una condizione ibrida tra sonno e veglia. Durante questa fase, aree cerebrali normalmente silenziate nel sonno, come la corteccia prefrontale, tornano a essere attive. Questa regione è responsabile di funzioni complesse come pianificazione, decisioni, controllo degli impulsi, memoria di lavoro e concentrazione: in sostanza, le capacità che utilizziamo quando siamo svegli e razionali. La sua riattivazione spiega perché, nel sogno lucido, la persona possa riflettere su ciò che sta accadendo e scegliere come agire.
Parallelamente, diversi studi hanno osservato un incremento delle onde gamma, intorno ai 40 Hz, nelle regioni frontali del cervello. Queste frequenze sono associate al pensiero di alto livello, all’integrazione delle informazioni e alla consapevolezza di sé. In pratica, il cervello “accende” i circuiti della coscienza proprio mentre continua a sognare. Questa combinazione produce un effetto unico: il sognatore non subisce più passivamente la narrazione onirica, ma può modificarla, fermare una scena, cambiare finale o affrontare direttamente ciò che lo spaventa. È questa finestra di controllo attivo che ha attirato l’attenzione dei ricercatori, perché trasforma il sogno da esperienza casuale a possibile strumento terapeutico.
Guarire intervenendo sugli incubi
La parte più promettente riguarda l’applicazione clinica. Secondo gli autori, chi soffre di PTSD o incubi ricorrenti potrebbe imparare a riconoscere di essere in un sogno e ristrutturare l’esperienza traumatica. Invece di rivivere passivamente l’evento, il paziente potrebbe modificarlo: cambiare l’esito, neutralizzare la minaccia, o trasformare uno scenario spaventoso in qualcosa di sicuro. Questo processo aiuterebbe a interrompere il ciclo di riattivazione emotiva che mantiene vivo il trauma. Le prime evidenze parlano di una riduzione dell’ansia e della frequenza degli incubi, anche se i ricercatori invitano alla cautela: i dati sono ancora preliminari e servono protocolli più standardizzati.
Prospettive future e limiti reali
Non siamo ancora davanti a una terapia pronta all’uso. Servono studi più ampi, metodi affidabili per indurre il sogno lucido e professionisti formati per guidare i pazienti. Tuttavia, la direzione è chiara: integrare neuroscienze, psicoterapia e tecnologie indossabili potrebbe permettere alle persone di allenarsi anche a casa, monitorando il sonno e facilitando l’ingresso in stati lucidi.
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