Salute 27 Luglio 2026 10:38

Social media, l’uso problematico può aumentare i sintomi di ADHD negli adolescenti

Uno studio su oltre 11.000 giovani seguito per cinque anni rileva che la difficoltà a staccarsi dai social è associata a un successivo aumento dei sintomi di disattenzione e impulsività, soprattutto nei ragazzi.

di Arnaldo Iodice
Social media, l’uso problematico può aumentare i sintomi di ADHD negli adolescenti

Gli adolescenti che sviluppano un rapporto problematico con i social media potrebbero andare incontro, nel tempo, a un aumento dei sintomi del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). È quanto emerge da un ampio studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha seguito per cinque anni oltre 11.000 giovani per comprendere come si influenzino reciprocamente l’uso dei social media e i sintomi dell’ADHD.

I ricercatori hanno osservato che, negli anni in cui gli adolescenti mostravano maggiori segnali di utilizzo problematico delle piattaforme social (come il pensiero costante rivolto ai social, la difficoltà a interromperne l’uso o il desiderio di trascorrervi sempre più tempo) tendevano a manifestare un incremento dei sintomi di disattenzione, impulsività e iperattività nell’anno successivo. Al contrario, il percorso inverso, cioè la possibilità che fossero i sintomi dell’ADHD a favorire successivamente un uso problematico dei social, è risultato molto più debole e meno costante.

Lo studio ha inoltre evidenziato che questa associazione è più marcata nei ragazzi rispetto alle ragazze, mentre le adolescenti con sintomi di ADHD mostrano una maggiore vulnerabilità allo sviluppo di comportamenti problematici legati ai social media.

Il ruolo del sistema di ricompensa e perché l’età tra i 14 e i 16 anni è la più delicata

L’ADHD è uno dei disturbi del neurosviluppo più frequenti in età evolutiva ed è caratterizzato da difficoltà persistenti di attenzione, impulsività e iperattività che possono compromettere il rendimento scolastico, le relazioni sociali e lo sviluppo personale. Negli ultimi anni numerose ricerche hanno suggerito un legame tra l’uso intensivo dei media digitali e i problemi di attenzione, ma questo studio offre una prospettiva più solida grazie al suo disegno prospettico, che consente di osservare come i cambiamenti nei comportamenti precedano quelli nei sintomi.

I partecipanti, che avevano circa 12 anni all’inizio dello studio, sono stati seguiti fino alla metà dell’adolescenza. Ogni anno hanno compilato questionari per valutare il livello di uso problematico dei social media, rispondendo a domande sulla perdita di controllo, sull’incapacità di ridurre il tempo trascorso online e sul disagio sperimentato quando non potevano accedere alle piattaforme. Parallelamente, genitori e tutori hanno valutato i sintomi dell’ADHD attraverso una checklist standardizzata che misurava disattenzione, impulsività e iperattività.

Secondo gli autori, uno dei possibili meccanismi alla base dell’associazione risiede nel sistema di ricompensa del cervello. Le piattaforme social sono progettate per offrire stimoli continui attraverso notifiche, “mi piace”, video in successione e scorrimento infinito, elementi che forniscono gratificazioni immediate. Questo tipo di ricompensa è particolarmente attraente per chi presenta caratteristiche tipiche dell’ADHD, come la preferenza per benefici immediati rispetto a ricompense più grandi ma differite nel tempo.

L’associazione è risultata particolarmente evidente tra i 14 e i 16 anni, una fase in cui gli adolescenti acquisiscono maggiore autonomia nell’uso dello smartphone, mentre i circuiti cerebrali deputati al controllo degli impulsi sono ancora in pieno sviluppo.

Un segnale da monitorare, ma con prudenza

Un aspetto interessante emerso dalla ricerca riguarda la diversa percezione dei sintomi. Dopo periodi di utilizzo più problematico dei social media, sono stati soprattutto i genitori a osservare un peggioramento dell’attenzione e dell’impulsività nei figli, mentre gli stessi adolescenti tendevano a non riferire cambiamenti significativi nel proprio comportamento. Questo suggerisce che alcune manifestazioni dell’ADHD potrebbero essere più facilmente rilevate da osservatori esterni che dai ragazzi stessi.

Gli autori ritengono che questi risultati possano avere implicazioni per la pratica clinica. Durante la valutazione di adolescenti con difficoltà attentive o con diagnosi di ADHD, medici e specialisti potrebbero infatti considerare anche la presenza di un uso problematico dei social media, distinguendolo dal semplice tempo trascorso online. Tuttavia, i ricercatori invitano alla cautela: gli effetti osservati sono risultati complessivamente modesti e limitati a specifici intervalli temporali. Lo studio, quindi, non dimostra che i social media causino direttamente l’ADHD, ma indica che un rapporto problematico con queste piattaforme potrebbe contribuire ad accentuare alcuni sintomi in una fase particolarmente delicata dello sviluppo.

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