Prevenzione 14 Luglio 2026 11:58

Screening oncologici, 7,6 milioni di italiani esclusi: oltre 50 mila tumori non intercettati

Mammella e cervice raggiungono appena 1 cittadino su 2, il colon-retto solo 1 su 3: i dati 2024 mostrano profonde disuguaglianze regionali nell’accesso alla prevenzione oncologica gratuita.

di Viviana Franzellitti
Screening oncologici, 7,6 milioni di italiani esclusi: oltre 50 mila tumori non intercettati

Nel 2024 più della metà della popolazione destinataria degli screening oncologici organizzati non ha effettuato i controlli gratuiti previsti dal Servizio sanitario nazionale. L’analisi dell’Osservatorio nazionale screening fotografa un problema che riguarda milioni di persone: oltre 7,6 milioni di cittadini sono rimasti fuori dai percorsi di prevenzione per tumore della mammella, della cervice uterina e del colon-retto. Un dato che non riguarda solo la partecipazione dei cittadini, ma anche la capacità dei sistemi sanitari regionali di garantire inviti, comunicazione e accesso uniforme ai servizi. Secondo la valutazione della Fondazione Gimbe sui dati 2024, la mancata copertura ottimale degli screening potrebbe aver lasciato non identificati oltre 50.300 tumori e lesioni precancerose che avrebbero potuto essere intercettati in fase precoce.

Screening oncologici: meno di una persona su due aderisce ai programmi gratuiti

Gli screening oncologici rappresentano uno degli strumenti più efficaci della prevenzione perché permettono di individuare tumori nelle fasi iniziali o, nel caso di alcune patologie, lesioni precancerose prima della trasformazione tumorale. Sono inclusi nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e devono quindi essere garantiti gratuitamente in tutte le Regioni.

I programmi attivi riguardano tre principali tumori:

  • mammella, attraverso la mammografia per le donne tra 50 e 69 anni;
  • cervice uterina, con test dedicati alle donne tra 25 e 64 anni;
  • colon-retto, rivolto a uomini e donne tra 50 e 69 anni.

Nel 2024 sono state invitate oltre 14,1 milioni di persone, ma hanno aderito meno di 6,5 milioni. Significa che una quota molto ampia della popolazione target non ha completato il percorso di prevenzione, con differenze marcate tra aree del Paese. Per mammella e cervice uterina aderisce circa una persona su due, mentre per lo screening del colon-retto la partecipazione scende a circa una persona su tre.

Il problema non è solo l’adesione: pesano anche inviti e organizzazione dei servizi

La mancata partecipazione agli screening non dipende esclusivamente dalla scelta individuale dei cittadini. Dietro ai numeri ci sono anche differenze nella capacità dei sistemi sanitari regionali di organizzare i percorsi.

Per funzionare, uno screening richiede una macchina organizzativa complessa: anagrafi aggiornate, inviti programmati, campagne informative efficaci, possibilità concreta di prenotare ed eseguire il test e percorsi rapidi per gli eventuali approfondimenti diagnostici. L’estensione degli inviti varia molto tra territori. Alcune Regioni riescono a recuperare ritardi accumulati negli anni della pandemia, mentre altre faticano ancora a raggiungere una quota adeguata della popolazione.

Il risultato è una vera e propria disuguaglianza nell’accesso alla prevenzione oncologica: vivere in una determinata area geografica può influenzare la possibilità di ricevere un invito e completare un percorso che dovrebbe essere garantito allo stesso modo a tutti i cittadini.

Mezzogiorno in difficoltà: aumentano le distanze tra Nord e Sud

I dati mostrano un quadro particolarmente critico nel Mezzogiorno, dove la copertura degli screening resta generalmente più bassa rispetto alle Regioni settentrionali e centrali.

Le differenze territoriali non rappresentano soltanto un problema statistico, ma hanno conseguenze concrete sulla salute delle persone. Una diagnosi precoce può significare trattamenti meno invasivi, maggiori possibilità di guarigione e minori costi sanitari e sociali. Quando un tumore viene scoperto più tardi, infatti, possono aumentare la complessità delle cure necessarie, i tempi dei percorsi assistenziali e l’impatto sulla qualità di vita del paziente e della famiglia. La prevenzione diventa quindi anche una questione di equità sanitaria: garantire che tutti abbiano le stesse opportunità di diagnosi precoce indipendentemente dal luogo di residenza.

Oltre 50 mila tumori e lesioni precancerose non intercettati

La mancata adesione agli screening ha un effetto diretto sulla capacità del Servizio sanitario nazionale di individuare precocemente la malattia.

Considerando l’obiettivo europeo di raggiungere una copertura del 90% della popolazione target, la stima indica che nel 2024 sarebbero rimasti fuori dai programmi organizzati:

  • oltre 11 mila carcinomi della mammella, compresi più di 2.300 tumori invasivi di piccole dimensioni;
  • quasi 9.700 lesioni precancerose del collo dell’utero;
  • circa 4.700 tumori del colon-retto;
  • quasi 25 mila adenomi avanzati, condizioni che possono precedere lo sviluppo del tumore.

In totale si parla di oltre 50.300 casi che avrebbero potuto essere individuati attraverso i programmi organizzati di screening. Per i pazienti questo significa una possibilità persa: quella di intervenire prima, con percorsi diagnostici e terapeutici potenzialmente più efficaci.

Nuove fasce di età per gli screening: la priorità resta coprire chi già ne ha diritto

La Legge di Bilancio 2026 ha previsto risorse per ampliare progressivamente le fasce di età coinvolte negli screening oncologici. Alcune Regioni avevano già introdotto autonomamente estensioni, come la mammografia per donne tra 45 e 49 anni e 70-74 anni o lo screening del colon-retto fino ai 74 anni.

L’ampliamento dell’offerta può rappresentare un passo avanti, ma resta una condizione fondamentale: prima bisogna garantire pienamente gli screening già previsti dai Lea. Aumentare il numero delle persone coinvolte senza risolvere le difficoltà organizzative rischia infatti di creare nuove differenze tra territori più efficienti e territori ancora incapaci di assicurare i percorsi di base. La sfida per il Servizio sanitario nazionale non è solo offrire nuovi esami, ma rendere realmente accessibili quelli già disponibili.

La prevenzione inizia dall’informazione: ancora poca conoscenza tra i giovani

Un altro elemento critico riguarda la conoscenza degli strumenti di prevenzione. In un’indagine condotta tra 467 studenti degli ultimi anni delle scuole superiori, solo poco più della metà ha saputo indicare correttamente i tre screening oncologici gratuiti organizzati dal Ssn.

Un dato che evidenzia come la cultura della prevenzione debba essere costruita prima ancora dell’età in cui arrivano gli inviti. Informare i cittadini significa aumentare la partecipazione, contrastare false convinzioni e rendere le persone più consapevoli del valore della diagnosi precoce. Gli screening non sono semplicemente esami da effettuare: sono un diritto di salute e uno strumento concreto per ridurre la mortalità oncologica, migliorare gli esiti delle cure e garantire un accesso più equo alla prevenzione.

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